Morbilità o morbidità? Togliamo quella “d”

Lo confesso: è una mia battaglia, forse addirittura un’ossessione. Non sopporto il termine “morbidità”, niente da fare.

Forse dovrei essere più tollerante, lo so, perché lo usano talmente in tanti che – anche in questo caso – la lingua si è adattata, o meglio piegata, all’uso.

Ma “morbidità”, consentitemelo, è proprio brutto e poi non esiste. Tutt’al più, in italiano, è parola obsoleta, letteraria e originariamente portatrice di significati che hanno a che fare con “morbido”. Invece, così come la si usa in medicina, è un calco semantico dall’inglese morbidity (il “calco” è quel procedimento per cui si formano delle parole riprendendo le strutture della lingua di provenienza).

Un piccolo sforzo, basta cambiare una consonante, la d con la l ed ecco “morbilità”, la parola giusta e corretta.

Facciamo un passo indietro. Qual è il significato di morbilità?  In statistica, è il numero dei casi di malattia registrati durante un periodo dato in rapporto al numero complessivo delle persone prese in esame (più semplicemente, la percentuale di una malattia in una data popolazione). Nella medicina del lavoro, indica il rapporto percentuale tra il numero di giornate di assenza dal lavoro per malattia e il numero di giornate lavorative previste. 

“Morbosità”, termine con il quale spesso viene confuso, indica invece la frequenza di una malattia in una popolazione: il rapporto tra il numero di soggetti malati in un periodo di tempo determinato e la popolazione considerata (anche qui, più semplicemente, la capacità di penetrazione di una malattia in una popolazione).

Con l’uso del prefisso “co” davanti a “morbidità” si indica invece la compresenza di patologie diverse in uno stesso individuo, il fenomeno per cui un paziente (per lo più anziano), che è in cura per una patologia (generalmente cronica), presenta anche un’altra o più malattie, non direttamente causate dalla prima, che condizionano la terapia e gli esiti della patologia principale.

Allora, che dite, ce la facciamo a dire “morbilità” al posto di “morbidità”?


P.S. Per chi volesse approfondire, qui il parere dell’Accademia della Crusca.

10 Comments

  1. Ciao Tiziano, che bella scoperta questo blog. Ho una domanda sul post. Anche io preferisco usare morbilitá e comorbilitá. Ma come dico quando il paziente è comorbido? Comorbilo?

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  2. Cara Simona, grazie del tuo commento e del tuo apprezzamento al blog.
    La risposta alla tua domanda è semplice, basta dire che il paziente ha (presenta) delle comorbilità, o ancora più semplicemente “paziente con comorbilità”.
    Come vedi, non è che la facciamo lunga, solo un piccolo accorgimento.
    Attenzione: à con accento grave e non acuto.

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    1. Grazie Giorgio! Bellissimo quel “calchiamo”. Hai ragione, i calchi sono troppi. Pensa a “disordine” per malattia, a “severo” per grave e a molti altri. Ce ne occuperemo. La nostra lingua è bellissima e ricca e non ha bisogno di ricorrere a questi calchi, per altro spesso molto brutti.

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  3. Caro Tiziano, una battaglia che porto avanti…dalla tua prima revisione su un mio elaborato! Una rubrica interessante e necessaria, che spero che possano leggere in tanti nel nostro settore. Si fa ancora fatica purtroppo a sostenere alcune scelte linguistiche (giuste) quando si scrive di medicina per altri, ma nel frattempo proviamo a crescere futuri medical writer consapevoli della necessità di saper scrivere correttamente e non lasciarsi confondere dal “lo scrivono tutti così”.

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    1. Grazie Erika delle tue parole. Lo spirito del blog è proprio quello che dici: cercare di dire le cose come sono, di individuare il termine esatto spiegandone il perché, e aiutare la comunicazione della scienza, in specie quella medica.

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  4. Buonasera, Tiziano. Anch’io ho scoperto da poco il tuo blog grazie all’indicazione della docente di un corso appena concluso. Lo sto “spulciando” a poco a poco, molto interessante. Mi rimangono delle perplessità circa i significati di morbilità in italiano: a parte quelli inerenti all’ambito della statistica-epidemiologia e della medicina del lavoro, ha anche (come in inglese) quello di “stato patologico/malattia”, considerato che “comorbilità” significa compresenza di patologie diverse? Ho visto che in inglese ha anche il significato di effetto indesiderato.

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    1. Cara Daniela, grazie delle parole di apprezzamento circa il blog
      Provo a rispondere alle tue domande. Assodato l’impiego in statistica del termine “morbilità” (“numero dei casi di malattia registrati durante un periodo dato in rapporto al numero complessivo delle persone prese in esame”) e in medicina del lavoro e delle assicurazioni (“rapporto percentuale tra il numero di giornate di assenza dal lavoro per malattia e il numero di giornate lavorative previste – ossia quelle effettuate più quelle mancate a causa della malattia”) il termine è usato anche in epidemiologia come sinonimo di morbosità (“la frequenza di tutte le malattie che eventualmente si possono verificare in una determinata cerchia di persone”).
      Inoltre, alcuni dizionari, come Medicina & Biologia, di Delfino, Lanciotti, Liguri e Stefani, pubblicato di Zanichelli alla voce “morbosità” danno come prima definizione “stato di malattia” ed essendo come detto i due termini considerati come sinonimi è lecito che anche per “morbilità” valga la definizione di “stato di malattia”.
      Invece, non ho mai sentito che in italiano possa avere il significato di “effetto indesiderato”, non mi risulta e francamente non mi pare proprio corretto questo impiego.
      Spero di essere stato esaustivo.
      Grazie ancora e un caro saluto.

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      1. Grazie per la risposta dettagliata. L’ultima accezione che ho citato (effetto indesiderato per es. di un trattamento) è solamente riferita all’inglese, in italiano non l’ho mai riscontrata neanch’io.
        Buona serata

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