Le parole del diabete

Sabato 14 novembre si è celebrata la “Giornata mondiale del diabete”. Si è celebrata in questa data perché il 14 novembre del 1891 nacque Frederick Grant Banting, che insieme a Charles Herbert Best nel 1921 scoprì l’insulina, che ha consentito di trattare il diabete rendendolo una malattia controllabile.

Come è noto, ci sono più forme di diabete: di tipo 1 (DM1, conosciuto anche come “giovanile”), di tipo 2 (DM2, conosciuto anche come “alimentare” o “dell’adulto”), gestazionale (o gravidico), LADA, MODY, e altre ancora.

Proviamo a chiarire il significato, per stare nel nostro ambito terminologico, dei molti termini che contraddistinguono il diabete. A proposito, “diabete” deriva dal greco diabainein, “passare attraverso”, con allusione al frequente passaggio di urina provocato dalla malattia (la poliuria, uno dei sintomi principali del diabete).

La prima parola da affrontare non può che essere mellito, parola che accompagna le prime tre forme di diabete citate (DM1, DM2 e gestazionale). “Mellito” deriva dal latino mellitus, che significa “dolce”, ma anche “miele”. Fu l’inglese Thomas Willis nel 1675 ad aggiungere questo termine per il fatto che il sangue  e le urine dei pazienti diabetici hanno un sapore dolce. All’epoca, ma ancora un secolo prima ai tempi di Paracelso (1493-1541), era pratica comune che i medici, per porre diagnosi di diabete, assaggiassero le urine o almeno isolassero lo zucchero nelle urine dei diabetici previa evaporazione e con l’aggiunta di lievito ne provocassero la fermentazione, dimostrando appunto trattarsi di zucchero.

LADA è l’acronimo di Latent Autoimmune Diabetes in Adults e contraddistingue una forma di diabete autoimmune a lenta evoluzione verso l’insulino-dipendenza. MODY, invece, è l’acronimo di Maturity Onset Diabetes of the Young, rara forma di diabete (1-2% dei casi), in cui l’iperglicemia è familiare con un’ereditarietà autosomica dominante.

Poi c’è il diabete insipido, che si accompagna a poliuria con urine diluite e polidipsia imponenti, causato dalla carenza dell’ormone antidiuretico (o ADH o vasopressina) per lesioni di varia natura a carico della neuroipofisi. “Insipido” dal latino insipidum, composto di in- e sapidus, sta per “poco saporito”, il che rimanda alle urine diluite.

Ci sono poi altri termini curiosi correlati al diabete, per esempio bronzino: il diabete bronzino è sinonimo di “emocromatosi”, in cui un elemento caratteristico è la pigmentazione cutanea.

Poi c’è anche il diabete da allossana, forma di diabete mellito indotto sperimentalmente in animali mediante somministrazione di allossana, sostanza che determina una distruzione delle cellule beta delle isole del Langerhans.

Infine, c’è il diabete di tipo 3: un titolo che è stato proposto per la malattia di Alzheimer che deriva dalla resistenza all’insulina nel cervello. Non è ancora un termine medico o una condizione riconosciuta, ma è un termine ora utilizzato nella ricerca che esamina le cause della malattia di Alzheimer.

Sono stato colpito da un’affezione severa

Sì, sono stato colpito da un’affezione severa. Per questo non mi avete letto da una settimana e più a questa parte. Penserete al Covid, anzi alla Covid (“d” sta per disease/malattia e quindi sarebbe femminile, ma è una battaglia persa, tanto vale rassegnarsi). No, per fortuna non era il Sars-CoV-2 (ecco così è giusto). Non funzionava internet, abitando in un borgo selvaggio dimenticato da Dio, dagli uomini e dagli operatori telefonici. Solo il dio del vento (Eolo) dà una piccola mano, ma anche il vento – si sa – va e viene. Nel mio caso più va che viene.

Di questi tempi, insomma una sventura, perché senza internet oggi non puoi fare più nulla: provare per credere.

Però qualche messaggino sul cellulare lo ho ricevuto. Qualcuno anche dai lettori di questo blog. Uno mi ha chiesto se ai tanti termini che ho usato in un precedente articolo per definire la “malattia” (e cioè morbo, patologia, sindrome, disturbo…) si potesse aggiungere “affezione”. Certo che sì. “Affezione” è una parola bellissima, lo Zingarelli ci ha messo a fianco anche il trifoglio, che significa “parola da salvare”. Una ragione di più per usarla. Il primo a usare questa parola, con il significato di “disposizione dell’animo” fu Brunetto Latini (1220-1294/95), scrittore, poeta, politico e notaio italiano, autore di opere in volgare italiano e francese. Ma poi Baldassarre Castiglione (1478-1529; nell’immagine in alto il suo ritratto a opera di Raffaello Sanzio) ne ampliò il significato in “disposizione morbosa, malattia”. Del resto se “affezione” suona di antico, “essere affetto da” è usato comunemente in medicina.

Dunque, ok per “affezione” oltre che malattia, morbo, patologia, sindrome, disturbo. Però, mi raccomando, no a “disordine” e neanche “problema”.

Una “affezione” può essere lieve, moderata, seria, importante, grave… ed ecco che qualche altro lettore mi chiede “ma anche severa”? Bella domanda. “Severo” in medicina è usatissimo, forse perché essendo la maggior parte della letteratura scientifica in inglese viene spontaneo, traducendo in italiano, adagiarsi sul severe inglese. Anche l’Accademia della Crusca lo ha sdoganato (chi è interessato legga qui). Ma questo non vuol dire necessariamente che sia appropriato e nemmeno la scelta migliore. Anche perché il significato di “severo” (vedi Zingarelli) è: 1) che si attiene a rigidi principi morali; 2) che rifugge dall’indulgenza, dai compromessi; 3) austero, serio; 4) sobrio, privo di elementi meramente esornativi (le linee severe…); 5) rilevante.

Insomma, niente a che fare con la malattia. Poi, abbiamo “grave” che è certamente meglio e più appropriato. Quindi il “severo” lasciamolo al babbo di un tempo (come mi scrive un altro lettore) o alla signorina Rottermeier (altra lettrice).

Grazie a tutti questi lettori e lettrici: hanno colto lo spirito del blog, che è intervenire, dire la propria, suggerire, stimolare, proporre.

Malinconia o melanconia?

Il termine è poco usato, appartiene più che altro all’area emotiva e interessa più la psicologia/ psichiatria/psicoanalisi (Freud vi dedicò un trattato nel 1916) che la medicina in senso stretto, ma l’etimo è così bello che va raccontato, anche perché riporta alla storia della medicina.

Dai tempi di Ippocrate si riteneva che a governare l’organismo umano ci fossero quattro umori fondamentali: la bile nera (che corrispondeva all’elemento Terra), la bile gialla (il Fuoco), il flegma (l’Acqua) e il sangue (Aria). Terra, Fuoco, Acqua e Aria erano i quattro elementi fondamentali che, secondo il mondo greco, costituivano la realtà sensibile, e ciascuno di questi si combinava con due degli attributi fondamentali della materia: caldo, freddo, secco e umido. Così, il Fuoco era caldo e secco, l’Aria calda e umida ecc.

Ippocrate aveva anche definito le rispettive sedi organiche: la bile nera nella milza, quella gialla nel fegato, il flegma nella testa e il sangue, va da sé, nel cuore.

Questa teoria, per quanto assai strampalata, dominò la medicina sino al Rinascimento.

Fatta questa necessaria premessa, torniamo alla parola che deriva dal greco melancholía, che è termine composto di mélas (“nero”) e chol (“bile”) quindi, secondo l’antica medicina, “umor nero di natura fredda e secca, secreto dalla bile”. Ecco perché abbiamo dovuto fare la premessa di cui sopra.  

A partire da qui il termine “melanconia” è stato usato con il significato generico di disturbo psichico, e quindi di “male”. Ed ecco che dal mel- si è passati al mal-

E arriviamo ai giorni nostri dove si tende a definirla “ipocondria” e a inserirla nel quadro delle distmie.

Qualche purista o nostalgico, va detto, continua a chiamarla “melanconia” o anche “melancolia”.

In un recentissimo e assai godibile libro (Alla fonte delle parole) la scrittrice e classicista Andrea Marcolongo scrive: “Per attrazione del lemma ‘male’ il buio dentro diventa colpa. Basta una a al posto della e ed ecco che melanconia diventa la nostra malinconia”. E conclude la pagina ad essa dedicata con questa bellissima definizione: “Rivendichiamo l’etimo di melanconia – per un’anima che riposatamente accetta il buio. Fieri del nostro segno più, non meno quando piangiamo e non sappiamo perché. Magari finiremo per scorgere e accettare l’aiuto di una luce”.

Auguri a tutti noi, in questi tempi cupi, di vedere presto una luce.

Nell’immagine, il celebre quadro dal titolo “Malinconia” (1840-41),
di Francesco Hayez (Pinacoteca di Brera, Milano)

Espressioni comuni per definire le malattie

Nei due precedenti articoli abbiamo visto le malattie eponimiche e poi i molti suffissi e prefissi che concorrono a formare i termini con cui si definiscono le malattie. Qui ci occuperemo invece delle espressioni comuni per denominarle, un altro classico caso di “distanza” tra il linguaggio popolare e quello medico, specialistico.

Alcune di queste espressioni comuni hanno l’indubbio vantaggio di rimandare con evidenza alla caratteristica principe del disturbo: è il caso, solo per fare alcuni esempi, del gomito del tennista, del fuoco di sant’Antonio, del labbro leporino o del colpo della strega  (i cui corrispettivi sono l’epicondilite laterale, l’herpes zoster, la cheiloschisi o labioschisi e la lombalgia/dorsalgia).

Altre vanno scomparendo, come il ginocchio della lavandaia, anche perché per fortuna le donne non si inginocchiano più sulla dura pietra dei lavatoi. Però la borsite prepatellare resta, seppure per altre cause.

Tralasciamo i modi di dire che appartengono ad altre epoche, come il mal della pietra (con cui si intendeva la calcolosi o litiasi renale) e l’idropisia (oggi anasarca – edema massiccio e diffuso, sottocutaneo, dovuto all’effusione di liquido nello spazio extracellulare) perché altrimenti non ne veniamo più fuori e andremmo a occuparci di storia della medicina.

Però molte espressioni gergali restano, eccome. Ecco così che molti dicono “ho la cervicale” (ma anche “ho il torcicollo”) oppure “ho la sciatica”: certo queste espressioni sono improprie, ma sarebbe ingeneroso chiedere loro di dire cervicalgia e sciatalgia.

Ci sono poi gli orecchioni per la parotite, la tosse asinina (o canina, o convulsa) per la pertosse. E, a proposito delle malattie dell’infanzia, se una mamma dice che il suo bimbo ha l’acetone, beh, non possiamo pretendere che dica acetonuria o che si esprima dicendo che il piccolo ha un’alterazione dei corpi chetonici.

Curioso anche l’uso del termine popolare costipazione, che per alcuni significa raffreddore o affezione ai bronchi, per altri stitichezza (che poi, va da sé, è la stipsi).

Naturalmente c’è il classico esaurimento nervoso che un è nonsenso, ma che forse sopravvive perché incerto è l’equivalente: nevrastenia? distonia neurovegetativa? nevrosi d’ansia? depressione?
E la debolezza, per astenia.

E infine non si può tacere il brutto male per tumore, un’espressione così infelice, per non dire male incurabile, anche perché sottintende l’assenza di speranza quando invece sappiamo benissimo che oggi ci sono trattamenti risolutivi per la maggior parte dei tumori. Eppure, quante volte lo si legge in un quotidiano o lo si sente in un telegiornale…

Prometto, la prossima volta concludo… ho ancora alcune chicche da raccontarvi sui termini che si usano per definire le malattie.

Prefissi e suffissi nella denominazione delle malattie

Come anticipato nello scorso articolo, eccoci di nuovo a indagare circa l’origine dei nomi delle malattie. Nell’articolo precedente abbiamo trattato delle malattie eponimiche, ma queste sono certo una minoranza: nella maggior parte dei casi, i termini con cui si definiscono le malattie si formano con l’uso di suffissi e prefissi.

Ecco allora -ite (polmonite, epatite, artrite…), suffisso di origine greca (-ites), che ha proprio significato di “malattia”, in particolare infiammatoria.

Poi c’è il suffisso -osi, sempre di origine greca (-osis), per lo più con significato di “affezione degenerativa” (artrosi – si noti la contrapposizione con artrite). Il suffisso -osi, tuttavia, indica genericamente una condizione o uno stato, per cui  ecco termini come dermatosi, nevrosi, psicosi, sclerosi, trombosi

Naturalmente, ecco il suffisso algia (dal greco algos, “dolore”) per definire uno stato doloroso a carico di una qualsiasi struttura anatomica non accompagnato dalla presenza di lesioni macroscopiche (nevralgia, mialgia…).

Tra gli altri suffissi per designare le malattie, ecco -ismo (dal greco -isma) che ha significato di condizione o malattia risultante dalla struttura anatomica indicata nella prima parte del termine o che la implica: si pensi a alcolismo, gigantismo, irsutismo, strabismo e moltissime altre condizioni.

Un altro suffisso molto impiegato è -oma, che ha significato di “rigonfiamento”, “tumefazione” e lo si ritrova, per esempio, in ematoma, ma ha anche significato di “tumore” e infatti la maggior parte delle denominazioni dei tumori si avvale di questo suffisso: carcinoma/adenocarcinoma per i tumori maligni che derivano da un tessuto epiteliale (di rivestimento o ghiandolare), sarcoma per i tumori maligni che si sviluppano nel tessuto connettivo, linfoma/mieloma per quelli linfoemopoietici, astrocitoma/blastoma per quelli derivanti dal tessuto nervoso, melanoma, dai melanociti.

Per le tumefazioni non neoplastiche si usa -cele (meningocele, varicocele, idrocele…).

Ecco poi -iasi, per le malattie parassitarie (amebiasi, giardiasi, teniasi…). Con qualche eccezione, perché, per esempio, a candidiasi si preferisce candidosi. (Anche la psoriasi, pur avendo il medesimo suffisso, non è una malattia parassitaria, ma un’affezione cutanea cronica non contagiosa.)

A concorrere alla denominazione delle malattie si trovano non solo suffissi, ma anche prefissi: è il caso di iper- e ipo- con i rispettivi significati di “al di sopra” e “al di sotto”. Si pensi a ipertensione/ipotensione, iperglicemia/ipoglicemia, ipertiroidismo/ipotiroidismo e moltissimi altri, anche se – va detto – questi prefissi stanno più a indicare una condizione piuttosto che una malattia.

Per indicare alterazioni di funzione si usa dis- (disuria, dispepsia…), mentre per indicare privazione an- (anemia, atrofia…).

Mi sa che anche questo secondo articolo non conclude il tema “da dove vengono i nomi delle malattie”, me ne occorrerà un altro, ma nel prossimo, vi prometto, cercheremo di divertirci di più.

Eponimi in medicina

In medicina si fa (e, ancor più, si è fatto) un ampio uso degli eponimi. Banalmente, questi sono denominazioni fondate sul nome di uno scienziato; più precisamente (il solito insostituibile Serianni) “unità polirematiche in cui un termine generico è accompagnato dal nome di uno scienziato”.1

Il termine deriva dal greco epónymos, cioè sopra (epi-) il nome (ónyma).

Sono moltissime le malattie eponimiche (malattia di Alzheimer, malattia di Parkinson, sindrome di Ménière…), ma eponimi si hanno in abbondanza in anatomia (ansa di Henle, organo spirale di Corti…), istologia (apparato di Golgi…), semeiotica (segno di Babinsky…), metodologia diagnostica (la conta di Addis…), chirurgia (le varie metodiche secondo…) e in altri contesti ancora.

Molto spesso, specie per la denominazione delle malattie, gli eponimi venivano usati quando queste non erano sufficientemente chiare ed erano quindi il solo possibile criterio di inquadramento nosologico.2 E, a riprova di ciò, una volta che la malattia veniva meglio identificata la sua denominazione eponimica veniva meno (anemia di Cooley, ora beta-talassemia major; sindrome di Down, cui oggi si tende a preferire trisomia 21…). Come dire che il progresso delle conoscenze ha oscurato l’uso di alcuni eponimi e fatto giustizia di altri.2 Certo, con le malattie eponimiche si può percorrere la storia e l’evoluzione della medicina, e l’argomento è pertanto affascinante.

Vi sono anche sostantivi derivati da un nome proprio (termini “deonomastici”), come le dita ippocratiche (o ippocratismo digitale), la röntgenterapia (da W. C. Röntgen), lo schwannoma (neurinoma, da T. Schwann).1

In alcune occasioni, il nome che accompagna il termine generico non è di uno scienziato, ma viene dalla letteratura. Ecco allora la sindrome di Pickwick (dal Circolo Pickwick, di Dickens) per definire le caratteristiche cliniche di obesità, sonnolenza diurna, apnee notturne, proprie del protagonista del romanzo. Oppure il bovarismo (per definire quell’atteggiamento psicologico in cui si confondono fantasie e realtà) che prende la sua origine dall’opera Madame Bovary, di Gustave Flaubert. Oppure, la sindrome di Stendhal, che consiste in un’affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza: lo scrittore francese Stendhal ne fu personalmente colpito durante il suo Grand Tour effettuato nel 1817 (“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”).

Per oggi ci fermiamo qui, ma con il prossimo articolo torneremo sull’origine dei nomi delle malattie, perché il tema è davvero molto interessante. Almeno per me… e per voi, lettori?

  1. Serianni Luca. Un treno di sintomi. I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Milano, Garzanti, 2005.
  2. Bonessa Camillo. Dizionario delle malattie eponimiche. Milano, Raffaello Cortina Editore, 1999. (Nell’immagine dell’articolo, un dettaglio della copertina.)

Tumore, cancro o neoplasia? O altro ancora?

È noto l’impegno del professor Umberto Veronesi perché si preferisse il termine “tumore” a “cancro”.

Tumore è indubbiamente parola meno evocativa, meno forte di “cancro”. La prima deriva dal latino tumor (gonfiore, rigonfiamento) e attinge all’aspetto macroscopico della neoformazione che si presenta frequentemente con una massa in rilievo sul sito anatomico di origine. Non dimentichiamo poi che i tumori possono essere benigni o maligni.

Non è così per cancro parola antichissima, dai tempi di Ippocrate (460-377 a.C.) che la coniò per primo. Deriva dal greco karkínos, “carcinoma” che significa “granchio”, e che in latino diventa cancer, da cui cancro. L’aspetto della tumefazione, circondata da vasi sanguigni ingrossati, ricordava a Ippocrate un granchio nascosto nella sabbia con le zampe disposte in cerchio. L’immagine era particolare (pochi cancri somigliano davvero a dei granchi), ma anche abbastanza efficace: per alcuni la superficie indurita e opaca del tumore ricordava il carapace di un granchio. Alcuni pazienti dicevano di “sentire un granchio muoversi sotto la pelle” mentre la malattia, di soppiatto, si diffondeva nel corpo. Per altri ancora, l’improvvisa fitta di dolore prodotta dalla malattia era come essere presi tra le chele di un granchio.

Come si vede, parola che evoca indubbiamente scenari forti.

Come abbiamo visto c’è poi il termine carcinoma, traduzione letterale di karkínos, ma questo è un qualsiasi tumore maligno originato da un tessuto epiteliale (epitelio di rivestimento o ghiandolare), organizzato in piani o strati.

Meglio dunque “tumore”, o anche neoplasia (dal greco, neo, nuova, e plasia, formazione – fu Rudolf Virchow [1821-1902] a introdurre questo termine). È sostanzialmente sinonimo di tumore, ma prende in considerazione, più che l’aspetto esteriore della massa, il contenuto cellulare della stessa, costituito da cellule di “nuova formazione”.

Vi sono persino alcune sigle per definire un tumore, con l’evidente intenzione di nascondere al paziente la natura del suo male: ecco allora Ca e K. E anche parole difficili ed esclusive del linguaggio medico, impiegate per la stessa ragione: è il caso di discario, da “discariogenesi”, alterata divisione cellulare.

Anche le “metastasi” trovano in “lesioni secondarie” e “lesioni ripetitive” degli eufemismi, dei sinonimi meno trasparenti.

La parola oncologia, la branca della medicina che si occupa dello studio dei tumori, ha anch’essa una storia assai interessante dietro di sé; deriva dal greco onkos (massa o carico, o più comunemente peso): il tumore veniva immaginato come un peso portato dal corpo. Nel teatro greco la stessa parola, onkos, si usava per indicare una maschera tragica spesso “appesantita” da uno scomodo cono sopra la testa, a indicare il peso psicologico portato da chi la indossava.

Immagine di © Hans Hillewaert, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1770976

Dal chiasma ottico al David di Donatello

Come da programma, alterniamo a due articoli di terminologia medica uno di etimologia.

Oggi mi piace soffermarmi sul chiasma ottico. Questa struttura anatomica corrisponde al punto in cui le fibre dei due nervi ottici s’incontrano nella cavità cranica. La parola “chiasma” deriva dal greco chiasmós, dalla forma della lettera greca chi (X), composta da due linee che si incrociano. Più in generale, in medicina, il termine “chiasma” indica un incrocio a X tra due strutture anatomiche allungate (nervi, tendini ecc.).

In biologia, invece, il chiasma è la connessione fra i cromatidi di due cromosomi omologhi visibile durante la meiosi, in cui si verifica lo scambio di materiale genico caratteristico del crossing-over.

La cosa si fa interessante se pensiamo al genere maschile del termine: il “chiasmo”. Con questa parola si indica una figura retorica che consiste nella disposizione in modo incrociato e speculare dei membri corrispondenti di una o più frasi. Due esempi: uno dal Petrarca (rotto dagli anni, et dal camino stanco) e un altro ancor più famoso dall’Ariosto (Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori…). Se disponete questi quattro termini su due righe (i primi due sulla riga in alto e gli altri due sulla riga in basso ) e tracciate una X i cui bracci collegano uno le donne con gli amori e l’altro i cavalieri con le armi, ecco il chiasmo: due concetti che si incrociano, l’amore e la guerra. Le donne stanno con l’amore, i cavalieri imbracciano le armi.1

Ma non è finita: il “chiasmo” è la posizione del corpo in celebri opere rinascimentali, prima fra tutte il David di Donatello. Come potete vedere nella riproduzione della celeberrima statua in bronzo dell’artista fiorentino, le spalle si inclinano nel senso opposto per equilibrare il corpo che assume un andamento a S. Altro esempio di chiasmo lo abbiamo nella Venere di Botticelli, anche se questo è un po’ più ardito perché l’inclinazione del corpo è tale che una donna reale cadrebbe di lato.2

Ecco, giusto per dire quali meravigliose cavalcate si possono fare partendo da un termine medico, una struttura anatomica: siamo andati ad abbracciare biologia, costrutti della lingua e arte. E che arte!

  1. Tarabbia A. Parlare per immagini. Le figure retoriche nella comunicazione quotidiana. Zanichelli, Bologna, 2019.
  2. Pulvirenti E. Artemondo. Storia dell’arte. Zanichelli, Bologna, 2019.

Le meningi: dura madre, aracnoide e pia madre

Tutti sanno cosa sono le meningi: si tratta di tre membrane connettivali che rivestono il sistema nervoso centrale (l’encefalo e il midollo spinale): la dura madre, l’aracnoide e la pia madre. La loro funzione è quella di fornire uno strato protettivo (anzi tre) al cervello che, essendo un organo alquanto vulnerabile, ha bisogno di una protezione del tutto speciale.

Ma qual è l’origine di questi nomi?

Il termine “meninge” deriva dal latino meninga, così come dal greco méninx, che significano – appunto – “membrana”.

La più esterna di queste membrane è la “dura madre”, detta così perché è strettamente contigua al rivestimento osseo, ma anche in quanto “spessa madre del cervello”, calco sull’espressione della medicina araba umm addimag, in cui umm significa “madre” e “protettrice, nutrice”.

Quella intermedia è la “aracnoide”, dal greco arachnoidés che significa “ragnatela”, perché è come una ragnatela avvolgente.

Infine, la meninge più interna è la “pia madre”, detta così perché protegge il cervello come una madre protegge il figlio.

Il tributo della Medicina alla mitologia greca

Come detto nell’introduzione a questo blog, ci occuperemo non solo di terminologia ma anche dell’etimologia di molti termini medici perché le parole della scienza, e della medicina in particolare, sono spesso bellissime e hanno una grande storia alle spalle.

E visto che questo è il primo articolo della rubrica, partiamo da lontano… dalla mitologia, da cui derivano molti termini medici.

Per esempio, la morfina. Questo alcaloide estratto dall’oppio, usato in medicina per la sua forte azione analgesica, ma anche sedativa e ipnotica, deve il suo nome a Morfeo, il dio del sonno, la divinità che di notte prendeva la forma e la caratteristica dei sogni.

L’atlante, la prima vertebra cervicale, che sorregge il cranio, deve il suo nome all’omonimo re della Mauritania, il primo ad aver studiato la scienza dell’astronomia e a rappresentare il mondo per mezzo di una sfera. Esiodo narra che Atlante fu costretto a tenere sulle spalle l’intera volta celeste per volere di Zeus che voleva punirlo per aver partecipato con Crono alla rivolta contro gli dei dell’Olimpo.

Da Achille, altro eroe della mitologa greca, prende invece il nome il tendine omonimo, anche se – a dire il vero – il suo vero nome è tendine calcaneale, il più grosso e forte dei tendini del corpo umano. Teti, la madre di Achille, aveva ricevuto la profezia della morte del figlio e allora lo immerse nel fiume Stige le cui acque lo avrebbero reso invulnerabile. Nell’immergerlo lo tenne con la mano per il suo tendine, il che significa che l’acqua non toccò questa parte del corpo. E fu proprio qui che Achille, durante la guerra di Troia, venne colpito da una freccia avvelenata scagliata da Paride, che lo uccise. Sappiamo bene quanta vulnerabilità abbia il nostro tendine d’Achille

E il pomo d’Adamo? È il nome con cui si designa la sporgenza della cartilagine tiroidea che circonda la laringe, particolarmente visibile in alcuni individui puberi e adulti di sesso maschile. Secondo una leggenda popolare, il boccone del frutto mangiato da Adamo gli sarebbe rimasto incastrato in gola e da qui il termine. Non è mitologia greca, ma pur sempre all’origine dei tempi andiamo.

Potremmo continuare a lungo, pensate per esempio alle malattie veneree, ma per oggi fermiamoci qui.