Farmaco o medicinale?

I termini “farmaco” e “medicinale” (e anche “prodotto medicinale”) non sono la stessa cosa, anche se sono stati usati nel corso degli anni come sinonimi; di recente si è preferito usare il termine medicinale, che viene impiegato anche nelle direttive comunitarie che disciplinano questo settore.

Citiamo testualmente dal sito salute.gov:

Si intende per medicinale:

  1. ogni sostanza o associazione di sostanze presentata come avente proprietà curative o profilattiche delle malattie umane;
  2. ogni sostanza o associazione di sostanze che possa essere utilizzata sull’uomo o somministrata all’uomo allo scopo di ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche, esercitando un’azione farmacologica, immunologica o metabolica, ovvero di stabilire una diagnosi medica.

Sempre sul detto sito si specifica che “tutti i medicinali sono costituiti da principi attivi e da vari eccipienti. Il principio attivo è il componente dei medicinali da cui dipende la sua azione curativa, il medicinale vero e proprio.
Gli eccipienti sono invece componenti inattivi del medicinale, privi di ogni azione farmacologica”.

E, ancora, si precisa che i medicinali possono distinguersi in: medicinali preparati in farmacia (galenici, a loro volta suddivisi in magistrali [se preparati in base a una prescrizione medica destinata a un determinato paziente]; eofficinali [se preparati in farmacia in base alle indicazioni della Farmacopea europea o della Farmacopea Ufficiale della Repubblica Italiana e destinati ad essere forniti direttamente ai pazienti serviti da tale farmacia) e medicinali di origine industriale. L’immissione in commercio di questi ultimi deve essere autorizzata dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) o dall’Agenzia Europea per i medicinali (EMEA).

Il medicinale generico, invece, è un medicinale che è bioequivalente rispetto a un medicinale di riferimento, con brevetto scaduto, autorizzato con la stessa composizione quali-quantitativa in principi attivi, la stessa forma farmaceutica, la stessa via di somministrazione e le stesse indicazioni terapeutiche. Tuttavia, il  termine “generico”, si è dimostrato infelice in quanto percepito dal pubblico come simile, ma non uguale al medicinale di riferimento indicato per la stessa patologia. Per questa ragione i prodotti “generici” sono stati ridefiniti medicinali equivalenti (L. 149 del 26 luglio 2005).

Fonte:
http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?lingua=italiano&id=3615&area=farmaci&menu=med

V

  • valvola mitrale e non valvola mitralica
  • valvulotomia e non valvotomia
  • velocità di eritrosedimentazione (VES) e non tasso di eritrosedimentazione
  • vie urogenitali e non vie genitourinarie
  • vitamina B1, B2, B6… i numeri delle vitamine vanno sempre a pedice
  • volume in litri con la “L” maiuscola, secondo le più recenti indicazioni IUPAC: quindi L e non l, anche per derivati come mL e non ml (la ragione è che la “l” minuscola può confondersi con la “i” e generare interpretazioni errate)

 

W

  • warfarin e non warfarina

T

  • teleangectasia  e non telangectasia o telengectasia
  • temperatura in gradi centigradi: usare sempre lo spazio tra l’unità di misura e il numero. Per esempio: 37 °C e non 37°C o 37° C
  • tirosina chinasi preferibile a tirosinchinasi
  • tollerabilità (dei farmaci) e non tolleranza
  • tolleranza a un farmaco è cosa diversa da assuefazione
    L’assuefazione è un fenomeno per cui l’organismo dell’utilizzatore sviluppa un certo grado di resistenza all’azione del farmaco; la tolleranza  è la riduzione della risposta a un farmaco determinata dall’assunzione ripetuta di un farmaco che induce assuefazione
  • tomografia computerizzata (TC) e non tomografia assiale computerizzata (TAC)
    Il termine TAC deve ritenersi ormai improprio e obsoleto: tempo fa l’esame era condotto lungo un solo asse, con sezioni perpendicolari alla lunghezza del corpo; oggi – invece – esistono dei macchinari multistrato più moderni e la tomografia computerizzata non è più solo assiale, perché le immagini sono acquisite con una tecnica spirale che permette di ottenere immagini tridimensionali.
  • tonaca media (strato intermedio di un vaso sanguigno compreso tra la tonaca intima e la tonaca avventizia) e non tunica media
  • trans in corsivo quando riferito a molecole (configurazione trans)
  • transferasi preferibile a trasferasi
  • trascrittasi e non transcrittasi
  • trasduzione e non transduzione
  • trauma del… e non trauma al…
  • trimetoprim-sulfametoxazolo e non trimethoprim-sulfametossazolo
  • tromboembolia o malattia tromboembolica e non tromboembolismo
  • tubulo renale e non tubolo renale
  • tumore del… e non tumore al…

U

  • urina o urine?
    Nell’uso medico è caratteristico il plurale preferito senza apparenti ragioni al singolare in riferimento agli accertamenti diagnostici (per es., analisi delle urine); forse ciò è dovuto alla derivazione dal francese les urines
  • urinocoltura e non urinocultura

S

  • s per secondo e non sec o sec.
  • scheletro assile e non scheletro assiale (lo scheletro assile indica l’insieme delle ossa che costituiscono il cranio, la colonna vertebrale e la gabbia toracica)
  • screening (sottoporre a) e non screenare
  • sensibilità ai farmaci e non suscettibilità ai farmaci
  • shock cardiogeno e non shock cardiogenico
  • shunt destra-sinistra e non shunt destro-sinistro
  • sigle e acronimi, esempio di esplicitazione:
    … il sistema nervoso centrale (SNC) …
    … la malattia di Alzheimer (Alzheimer disease, AD) …
  • simil- con il trattino (per es., simil-influenzale)
  • sistema scheletrico e non apparato scheletrico
    il sistema muscolare e quello scheletrico insieme formano l’apparato muscolo-scheletrico. Vedi l’articolo Apparato o sistema?
  • sodiemia da non utilizzare (vedi natriemia)
  • studio condotto su pazienti e non studio condotto in pazienti
  • sulfamidici e non solfamidici
  • sulfaniluree e non solfoniluree
  • sulfonamidi e non solfonamidi

Trattino sì, trattino no

Avendo messo nel dizionarietto la voce “post partum”, un lettore mi ha chiesto “Quindi ‘post’ (ma anche ‘pre’) va sempre staccato dalla parola che segue? Post sinaptico, post prandiale, ecc.?”.

Questa, potrei dire scherzosamente, è una domanda che avrei preferito non mi venisse fatta. Perché la risposta è complessa e arbitraria. Nel senso che (cito l’Accademia della Crusca) “in questo ambito la variabilità degli usi è decisamente elevata”. Quindi, ciascuno fa un po’ a modo suo. Tuttavia, proviamo a  dare qualche indicazione di base.

In linea di massima, se appena possibile, specie se il termine è entrato nell’uso comune, si tende a evitare il trattino dopo “pre” e “post”, per cui avremo, per esempio, prepuberale, premestruale, postoperatorio (attenzione, se devo scrivere “nel periodo pre- e postoperatorio” il trattino dopo “pre” sta per la parola sottesa, cioè operatorio).

Formazioni, però, del tipo post-frontale, post-maturazione, solo per fare due esempi, richiedono istintivamente il trattino: è una questione di “orecchio”, il termine tutto attaccato suonerebbe male, o – se preferite – non sarebbe bello a vedersi. Più in generale, il trattino si usa quando separa un termine poco usato, non ancora entrato nell’uso comune, o molto specialistico (più con il “post” che con il “pre”).

Il trattino, poi, è obbligato quando separa due consonanti uguali: l’esempio classico è post-traumatico, impossibile da scriversi tutto attaccato. Quando però si tratta di vocali, la cosa è più complessa, basti pensare a preeclampsia, che si scrive solitamente tutto attaccato con la doppia “e”. Altri usano comunque il trattino (pre-eclampsia) per la regola di cui sopra (e cioè separare lettere uguali).

Ma ci sono anche i casi in cui i termini stanno preferibilmente separati senza trattino: è il caso di post partum, post mortem, forse per via del latino, o dell’uso non comune del termine.

E, si faccia attenzione, mi sono limitato al pre e al post, perché altrimenti andiamo a ingarbugliarci ulteriormente. Prendiamo, per esempio, meta-analisi, che si trova tranquillamente anche come metaanalisi e metanalisi, o intra-arterioso, intraarterioso, intrarterioso.

Insomma, tranne poche regole certe, è una questione di sensibilità e scelte individuali, l’importante (che è poi quello che dico sempre anche per molti altri contesti in cui è difficile stabilire regole certe) è essere uniformi all’interno dello stesso testo/articolo; una uniformità assoluta non esiste.

R

  • recidiva e ricaduta non sono la stessa cosa, in ogni caso mai ricorrenza (errore comune traducendo dall’inglese recurrence)
    “Recidiva” è il ripetersi di una malattia dopo un precedente attacco completamente e definitivamente guarito, mentre la “ricaduta” è il ritorno di manifestazioni morbose prima della guarigione completa, in genere durante il periodo di convalescenza. Se riferita a un processo infettivo, per esempio, la recidiva è conseguente a reinfezione, non così nella ricaduta che si presenta dopo un periodo più o meno lungo da uno stato apparente di guarigione.
    Come sempre, poi, le cose sono più complicate. Per una recidiva tumorale, per esempio, non si può parlare né di “precedente attacco” né di processo “completamente guarito”, e meno che mai si può usare il termine “ricaduta”.   La recidiva si può manifestare nella stessa sede del tumore primitivo (attenzione, primitivo, non primario!), a causa della permanenza di cellule neoplastiche in loco, o a distanza in altro organo e in quest’ultimo caso prende il nome di “metastasi”.
    Anche gli attacchi gottosi, gli attacchi di asma, ma anche il ripetersi dell’emicrania, sono sicuramente recidive, perché  nell’organismo persiste la condizione abnorme che favorisce la loro ripresentazione, e quindi anche in questi casi non si può certo parlare di processo completamente guarito.
  • replicazione (del DNA) e non duplicazione (del DNA)
  • reticolo endoplasmatico e non reticolo endoplasmico
  • rifampicina e non rifampina
  • risonanza magnetica (RM) e non risonanza magnetica nucleare (RMN)
    La risonanza magnetica nucleare (RMN) è un fenomeno fisico caratteristico dei nuclei esposti a un campo magnetico. In campo medico è usata prevalentemente a scopi diagnostici nella tecnica dell’imaging a risonanza magnetica (detta anche tomografia a risonanza magnetica). La specificazione “nucleare” non è quindi indispensabile alla definizione, e oltretutto la si evita per non generare equivoci e falsi allarmismi, che potrebbero derivare dall’associazione con l’aggettivo nucleare e i rischi di radioattività, fenomeni con i quali la RM non ha nulla in comune.
  • risposta immunitaria e non risposta immune
  • RNasi e non RNAsi

Si riparte!

Mi scuso con i lettori del blog per la rarefazione degli articoli negli ultimi tempi. Purtroppo, gli impegni della vita reale (mi verrebbe da dire della real life, per usare un termine tanto usato negli studi clinici) allontanano dall’accudimento delle proprie passioni e interessi.

Ma l’intenzione è rimediare da subito. Anzi, grandi progetti sono in cantiere. Presto, un’ampia sezione dedicata ai cosiddetti “tecnicismi collaterali”, per comprendere sempre meglio il linguaggio specifico della medicina.

Poi, un’altra sezione sulle centinaia di prefissi e suffissi in medicina, indispensabile per capire l’etimologia e la costruzione delle parole in questa disciplina.

E, con ogni probabilità, una nuova sezione di statistica medica per conoscere e approfondire i relativi termini, spesso così ostici.

Naturalmente, il completamento del dizionarietto, a partire dalla lettera P che trovate nell’apposita sezione. I termini compresi in questa lettera meritano più di un approfondimento.

Prendiamo, per esempio, i termini primitivo e primario. Oggi, specie nelle traduzioni, per via dell’inglese primary (i soliti sciagurati calchi semantici…), è tutto un fiorire di “primario”: infezione primaria, processo primario, malattia primaria e così via. In realtà, il termine non è sempre corretto, anzi. “Primario” esprime infatti un concetto di prevalenza, di importanza, come nel caso di una malattia i cui effetti dominano il quadro clinico, che sarà dunque senz’altro “primaria”. Ma quando il contesto è quello temporale, cioè qualcosa “che viene prima”, va impiegato il termine “primitivo”. Per esempio, un primo tumore è senz’altro “primitivo” e non “primario”, la sede originaria di un processo patologico è “primitiva”, e così via.

Pressione arteriosa e pressione sanguigna non sono la stessa cosa, anche se usati quasi sempre indifferentemente. Quest’ultima è la forza con cui il sangue viene spinto dalla pompa cardiaca nei vasi; prende il nome di “pressione arteriosa” quando scorre nel circolo arterioso, e “pressione venosa” nel circolo venoso. Quando si parla di misurazione è più corretto usare “pressione arteriosa” perché lo sfigmomanometro rivela la pressione che il manicotto esercita sull’arteria brachiale.

Anche palma e palmo della mano non sono la stessa cosa. La “palma” è la superficie interna della mano (opposta al “dorso”), compresa tra la fine del polso e l’attaccatura delle dita (in termini più tecnici, la superficie compresa tra il carpo e l’articolazione delle prime falangi delle dita); il “palmo” (o “spanna”) è la distanza compresa tra le estremità del pollice e del mignolo della mano aperta e distesa. La distinzione è piuttosto sottile e il genere maschile è sempre più diffuso anche per la prima accezione, al punto che l’Accademia della Crusca consiglia l’uso della forma “palma” nei registri più formali, mentre si può impiegare quella maschile in tutti gli altri casi.

Pronto Soccorso (preferibilmente con le iniziali maiuscole), termine tanto usato in questo periodo, non varia al plurale, mentre sentiamo dire, erroneamente, “pronti soccorso”, o “pronti soccorsi”.  

Infine, una raccomandazione che sembra superflua, ma che nella mia esperienza non lo è: acetaminophen si traduce paracetamolo e non “acetaminofene” (di nuovo, i calchi semantici…), così – come già detto – epinephrine è “adrenalina” e non “epinefrina” e molti casi analoghi.

A prestissimo e, mi raccomando, si riparte e dunque seguitemi! Oggi, poi, pare che non sia solo il blog a ripartire ma l’interno nostro Paese, finalmente nelle mani migliori. P, dunque, come la Primavera che ci aspetta, e quale migliore Primavera di quella di Botticelli nell’immagine di apertura?

P

  • pacemaker, termine inglese accettato e quindi in tondo
  • palma e palmo della mano non sono la stessa cosa. La “palma” è la superficie interna della mano (opposta al “dorso”), compresa tra la fine del polso e l’attaccatura delle dita (in termini più tecnici, la superficie compresa tra il carpo e l’articolazione delle prime falangi delle dita); il “palmo” (o “spanna”) è la distanza compresa tra le estremità del pollice e del mignolo della mano aperta e distesa. La distinzione è piuttosto sottile e il genere maschile è sempre più diffuso anche per la prima accezione, al punto che l’Accademia della Crusca consiglia l’uso della forma “palma” nei registri più formali, mentre si può impiegare quella maschile in tutti gli altri casi 
  • papilloma virus (o virus del papilloma umano, la cui sigla è HPV da human papilloma virus), con iniziali minuscole e parole staccate
  • Pap-test preferibile con l’iniziale maiuscola per Pap: il nome deriva dal medico greco-americano Georgios Papanicolau (1883-1962), il padre della citopatologia, che sviluppò questo test per la diagnosi rapida dei tumori del collo dell’utero
  • paracetamolo e non acetaminofene (errore comune nella traduzione dall’inglese di acetaminophen)
  • parenchimale e non parenchimatica
  • patch, termine inglese accettato e quindi in tondo
  • pattern, termine inglese accettato e quindi in tondo
  • pemfigo e non penfigo
  • plasmacellule e non cellule plasmatiche
  • pluricellulari e non multicellulari
  • pneumotorace deve essere preceduto dall’articolo “lo” (o “uno”) e non “il” (o “un”)
  • pomfo e non ponfo
  • pool, termine inglese accettato e quindi in tondo
  • post partum preferibile senza trattino e in tondo
  • post-traumatico: tra due “t” occorre sempre il trattino
  • potassiemia e non potassemia (ma meglio “kaliemia”)
  • pressione arteriosa e pressione sanguigna non sono la stessa cosa,  anche se usati quasi sempre indifferentemente. Quest’ultima è la forza con cui il sangue viene spinto dalla pompa cardiaca nei vasi; prende il nome di “pressione arteriosa”  se si tratta di arterie e “pressione venosa” se si tratta di vene. Quando si parla di misurazione è più corretto usare “pressione arteriosa” perché lo sfigmomanometro rivela la pressione che il manicotto esercita sull’arteria brachiale.
  • primario esprime un concetto diverso da primitivo (mentre invece nelle traduzioni dall’inglese primary è quasi sempre primario). “Primario” esprime infatti un concetto di prevalenza, di importanza, come nel caso di una malattia i cui effetti dominano il quadro clinico, che sarà dunque senz’altro “primaria”. Ma quando il contesto è quello temporale, cioè qualcosa “che viene prima”, va impiegato il termine “primitivo”. Per esempio, un primo tumore è senz’altro “primitivo” e non “primario”, la sede originaria di un processo patologico è “primitiva”, e così via.
  • procariote e non procariotico
    La cellula procariote, un organismo procariote… Al plurale, i procarioti. Procariotico è un calco dall’inglese procariotic
  • prognosi sfavorevole o grave e non prognosi cattiva o severa
  • Pronto Soccorso (preferibilmente con le iniziali maiuscole) è termine invariabile
  • propranololo (farmaco β-bloccante) e non propanololo
  • propriocettivo e non propiocettivo
  • prospettico (di uno studio) e non prospettivo
  • Nelle sigle delle prostaglandine il numero va a pedice: PGG1, PGH3, TXA3, ma 5HEPE
  • proteina chinasi preferibile a proteinchinasi

Meglio sensibili o specifici?

Per anni mi sono fatto questa domanda riguardo al lavoro che stavo facendo. È meglio che il metodo di indagine che sto adottando per verificare un’ipotesi includa il maggior numero di risultati possibili, con il rischio di individuare anche soluzioni errate? Oppure è preferibile focalizzarsi su un obiettivo più mirato, ma che potrebbe escludere una serie di alternative? Ovvero, è meglio essere sensibili o specifici?

Sembra una domanda banale, ma all’atto pratico non lo è per niente.

Iniziamo con le definizioni, noiose ma utili. La sensibilità di un test misura la proporzione di risultati positivi correttamente assegnati (test positivo = soggetto malato); al contrario, la specificità di un test misura la proporzione di risultati negativi correttamente assegnati (test negativo = soggetto sano). Di conseguenza, test troppo sensibili saranno più proni a dare risultati falsamente positivi e test troppo specifici saranno più inclini a dare risultati falsamente negativi.

Ora facciamo un esempio: dovete sviluppare un test rapido per lo screening dei pazienti con HIV. Lo volete più sensibile o più specifico? La risposta corretta è certamente la prima: preferite che qualcuno a cui viene somministrato il test risulti positivo anche se non lo è (falso positivo). Certo, il poveraccio passerà due settimane d’inferno, ma verrà fatta nel frattempo un’indagine più approfondita (più specifica) che escluderà l’infezione. Al contrario, un test che restituisca più falsi negativi direbbe a un positivo che va tutto bene, e quella persona sarebbe convinta di non avere l’infezione, non riceverebbe cure immediate che potrebbero modificare il corso della patologia, e sarebbe libera di infettare altri.

È un esempio estremo, ma rende l’idea di come la scelta dei metodi che decidiamo di adottare per monitorare un determinato fenomeno influenzi il risultato che vogliamo ottenere.

La verità è che ogni volta che dobbiamo prendere delle decisioni basate su dati, inevitabilmente introduciamo dei bias.

Tutti ricorderete la storia della Principessa sul pisello. Il Re in cerca di sposa era molto rigoroso sui criteri per la scelta della sua futura moglie, e nella sua ricerca della perfezione era disposto a rifiutare alcune vere principesse piuttosto che correre il rischio di sceglierne una falsa. Aveva insomma un bias di specificità. Sua sorella la Regina, stanca di vedere il fratello triste per la futilità della sua ricerca e decisa a correre il rischio di accettare una falsa principessa come cognata pur di trovargli una sposa, inventò il trucco del pisello sotto ai venti materassi. Lei aveva un bias di sensibilità.

Entrambi erano prevenuti, ma fra i due la Regina aveva capito un aspetto importante, che è anche il punto della nostra questione: non aveva confuso lo screening con la diagnosi.

Nello screening, si dovrà fare un’identificazione di qualcosa che ancora non è riconosciuto, filtrandolo da una varietà di osservazioni apparentemente tutte uguali. Per essere efficaci sarà necessario avere un meccanismo di “call and recall” che permetta di “invitare” e seguire le risorse identificate (dati, pazienti, clienti) e che garantisca un’inclusione alta (almeno il 70%) del nostro target.

Una volta individuati i sospetti, potremo confermare le nostre ipotesi andando a stressare quello che è emerso dalla nostra scrematura.

La diagnosi è più costosa e più rischiosa, e vogliamo tenercela come risorsa da utilizzare una volta che siamo già orientati. La sua utilità dovrà sempre controbilanciare i rischi, oppure sarà inutile sostenerne i costi.

Insomma, siate prima sensibili. Avete sicuramente da guadagnarci.

Carlo Barbera

Dal bugiardino al FI e RCP

Nel linguaggio comune il documento che si trova all’interno della confezione di un medicinale è spesso ancora chiamato “bugiardino”. L’origine di questo termine è curiosa: come ci ricorda l’Accademia della Crusca il bugiardo, in Toscana, in area senese, era la locandina dei quotidiani esposta fuori dalle edicole e da qui, riducendo le dimensioni del foglio, si è arrivati a denominare bugiardino il foglietto dei medicinali. Ma c’è di più, visto che questo foglietto, specie in tempi passati, esaltava i pregi e l’efficacia del medicinale sorvolando sugli effetti indesiderati dello stesso, nell’insieme questo foglietto risultava all’opinione comune un “bugiardino” che diceva piccole bugie o, quanto meno, ometteva informazioni importanti per il prodotto, che sarebbero potute risultare compromettenti.

Fortunatamente, negli ultimi anni, sia per precise disposizioni legislative in materia, sia per la maggiore attenzione dei consumatori nell’assumere farmaci, il bugiardino contiene tutte le informazioni necessarie riguardo al farmaco. Ma qual è il suo nome corretto?

Ce ne sono due: Foglio Illustrativo (FI) (non più “foglietto”, come lo si chiamava spesso sino a  poco tempo fa) e Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto (RCP). Si tratta di  documenti che devono essere approvati dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) o dalla Commissione Europea; sono parte integrante del provvedimento di autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) del medicinale e raccolgono tutte le informazioni fondamentali sull’efficacia, la sicurezza, l’uso clinico, le controindicazioni, le avvertenze e le precauzioni d’impiego del medicinale emerse durante la valutazione scientifica delle procedure autorizzative.

Non solo, sono considerati documenti “dinamici”, perché vengono aggiornati ogni qualvolta il monitoraggio sulla sicurezza e l’efficacia dei medicinali segnala dati che vanno appunto comunicati.

FI e RCP hanno due “registri linguistici” differenti: il primo è destinato al paziente e dovrebbe essere contraddistinto da un linguaggio chiaro e facilmente comprensibile: rivolgendosi a un pubblico eterogeneo dal punto di vista del livello di scolarizzazione e sociale, prima della sua approvazione deve essere opportunamente testato per verificarne la leggibilità. Le informazioni riportate nel FI sono suddivise in sei paragrafi:

1. che cos’è e a cosa serve il medicinale in questione;
2. cosa si deve sapere prima di assumerlo;
3. come assumerlo;
4. possibili effetti indesiderati;
5. come conservarlo;
6. contenuto della confezione e altre informazioni.

L’RCP, invece, è destinato principalmente agli operatori sanitari (medici, farmacisti, infermieri) e pertanto utilizza un’appropriata terminologia medico-scientifica. Esso deve contenere le seguenti informazioni: denominazione del medicinale e sua composizione, patologie per cui è indicato, dose raccomandata e modalità di somministrazione (distinte per fasce di età e per specifici sottogruppi di pazienti), controindicazioni, avvertenze e precauzioni d’uso (per es., uso in gravidanza e/o durante l’allattamento), eventuali interazioni con altri medicinali, effetti sulla capacità di guidare veicoli, effetti indesiderati, meccanismo d’azione e altro.

Gli RCP e i FI di tutti i medicinali autorizzati in Italia sono consultabili attraverso la Banca Dati dei Farmaci, cui si può accedere dal sito web dell’AIFA.

Bibliografia
Accademia della Crusca. Perché il foglietto illustrativo dei farmaci viene chiamato bugiardino? 3 giugno 2005.
Agenzia Italiana del Farmaco – AIFA. Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto e Foglio Illustrativo.