Dal bugiardino al FI e RCP

Nel linguaggio comune il documento che si trova all’interno della confezione di un medicinale è spesso ancora chiamato “bugiardino”. L’origine di questo termine è curiosa: come ci ricorda l’Accademia della Crusca il bugiardo, in Toscana, in area senese, era la locandina dei quotidiani esposta fuori dalle edicole e da qui, riducendo le dimensioni del foglio, si è arrivati a denominare bugiardino il foglietto dei medicinali. Ma c’è di più, visto che questo foglietto, specie in tempi passati, esaltava i pregi e l’efficacia del medicinale sorvolando sugli effetti indesiderati dello stesso, nell’insieme questo foglietto risultava all’opinione comune un “bugiardino” che diceva piccole bugie o, quanto meno, ometteva informazioni importanti per il prodotto, che sarebbero potute risultare compromettenti.

Fortunatamente, negli ultimi anni, sia per precise disposizioni legislative in materia, sia per la maggiore attenzione dei consumatori nell’assumere farmaci, il bugiardino contiene tutte le informazioni necessarie riguardo al farmaco. Ma qual è il suo nome corretto?

Ce ne sono due: Foglio Illustrativo (FI) (non più “foglietto”, come lo si chiamava spesso sino a  poco tempo fa) e Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto (RCP). Si tratta di  documenti che devono essere approvati dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) o dalla Commissione Europea; sono parte integrante del provvedimento di autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) del medicinale e raccolgono tutte le informazioni fondamentali sull’efficacia, la sicurezza, l’uso clinico, le controindicazioni, le avvertenze e le precauzioni d’impiego del medicinale emerse durante la valutazione scientifica delle procedure autorizzative.

Non solo, sono considerati documenti “dinamici”, perché vengono aggiornati ogni qualvolta il monitoraggio sulla sicurezza e l’efficacia dei medicinali segnala dati che vanno appunto comunicati.

FI e RCP hanno due “registri linguistici” differenti: il primo è destinato al paziente e dovrebbe essere contraddistinto da un linguaggio chiaro e facilmente comprensibile: rivolgendosi a un pubblico eterogeneo dal punto di vista del livello di scolarizzazione e sociale, prima della sua approvazione deve essere opportunamente testato per verificarne la leggibilità. Le informazioni riportate nel FI sono suddivise in sei paragrafi:

1. che cos’è e a cosa serve il medicinale in questione;
2. cosa si deve sapere prima di assumerlo;
3. come assumerlo;
4. possibili effetti indesiderati;
5. come conservarlo;
6. contenuto della confezione e altre informazioni.

L’RCP, invece, è destinato principalmente agli operatori sanitari (medici, farmacisti, infermieri) e pertanto utilizza un’appropriata terminologia medico-scientifica. Esso deve contenere le seguenti informazioni: denominazione del medicinale e sua composizione, patologie per cui è indicato, dose raccomandata e modalità di somministrazione (distinte per fasce di età e per specifici sottogruppi di pazienti), controindicazioni, avvertenze e precauzioni d’uso (per es., uso in gravidanza e/o durante l’allattamento), eventuali interazioni con altri medicinali, effetti sulla capacità di guidare veicoli, effetti indesiderati, meccanismo d’azione e altro.

Gli RCP e i FI di tutti i medicinali autorizzati in Italia sono consultabili attraverso la Banca Dati dei Farmaci, cui si può accedere dal sito web dell’AIFA.

Bibliografia
Accademia della Crusca. Perché il foglietto illustrativo dei farmaci viene chiamato bugiardino? 3 giugno 2005.
Agenzia Italiana del Farmaco – AIFA. Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto e Foglio Illustrativo.

La nomenclatura dei farmaci

Nelle pagine del dizionarietto che sto pubblicando sul blog ho puntualizzato in diverse occasioni il nome corretto del principio attivo di diversi farmaci. Per molti prodotti, infatti, la modalità di scrittura del principio attivo è tutt’altro che lineare. Alcuni, in particolare, si prestano a più varianti. Mi piace sempre fare il caso del metotrexato, che spesso si trova scritto come metotrexate, o metotressato, o methotrexato e tutte le possibili varianti combinate (la “o” piuttosto che la “e” come lettera finale, la “x” piuttosto che la doppia “s”, la “t” piuttosto che il “th”). Ma gli esempi che si possono fare sono davvero moltissimi.

È evidente che trattandosi di materia delicatissima occorre avere regole precise, e queste regole (piaccia o non piaccia) le detta l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) che sul sito permette in un’apposita stringa di ricerca di individuare la corretta modalità di scrittura di ogni principio attivo. Analoga funzione e autorevolezza svolge l’Informatore farmaceutico, che si basa sui dati elaborati da www.codifa.it Questo volume, fondato nel lontano 1941 dal mitico dottor Lucio Marini, ora pubblicato da EDRA, raccoglie tutte le informazioni sui farmaci e sui prodotti salutistici ed è utilizzato e apprezzato quotidianamente da tanti professionisti della salute.

Ma torniamo alla nomenclatura dei farmaci. Il principio attivo (o nome comune o non proprietario) è solo un modo, per quanto il più comune, di fare riferimento a un farmaco. Esiste naturalmente il nome commerciale (o nome brevettato o depositato  o trade name), la formula chimica, il nome chimico (regolamentato dalla IUPAC [International Union for Pure and Applied Chemistry]) e spesso altri nomi, sinonimi o sigle.

Un esempio? L’acido acetilsalicilico, che è il principio attivo, conosciuto anche come ASA (nome alternativo), la cui formula chimica (“bruta o molecolare”) è C9H8O4, messo in commercio in moltissime formulazioni (Aspirina®, Aspirinetta®, Aspro®, Flectadol®, Vivin®…) e classificato come analgesico per quanto riguarda la categoria farmacoterapeutica (ma anche con proprietà antinfiammatorie, antipiretiche e antiaggreganti). Per indicare questa c’è una apposita combinazione di lettere e numeri che per l’acido acetilsalicilico è N02BA01, che è poi la sua classificazione Anatomica Terapeutica Chimica o ATC. Vediamo di cosa si tratta.

Il sistema di classificazione anatomico, terapeutico e chimico viene usato per la classificazione sistematica dei farmaci, è controllato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ed è un sistema di classificazione alfa-numerico costituito da cinque livelli gerarchici.

Il primo livello contraddistingue il gruppo anatomico principale, contraddistinto da una lettera dell’alfabeto (14 in tutto):

A: apparato gastrointestinale e metabolismo
B: sangue e organi emopoietici
C: apparato cardiovascolare
D: apparato tegumentario e pelle
G. apparato genito-urinario e ormoni sessuali
H: sistema endocrino (esclusi ormoni sessuali di cui sopra) e insulina
J: agenti antinfettivi per uso sistemico
L: antineoplastici e immunomodulatori
M: sistema muscolare, sistema scheletrico e articolazioni
N: sistema nervoso
P: prodotti antiparassitari, insetticidi e repellenti
R: apparato respiratorio
S: organi di senso
V: vari

Il secondo livello contraddistingue il gruppo terapeutico principale, contraddistinto da un numero di due cifre.

Il terzo livello contraddistingue il sottogruppo terapeutico farmacologico, contraddistinto da una lettera dell’alfabeto.

Il quarto livello contraddistingue il sottogruppo chimico/terapeutico farmacologico, contraddistinto da una lettera dell’alfabeto.

Il quinto livello contraddistingue il sottogruppo chimico, contraddistinto da un numero di due cifre, specifico per ogni singola sostanza chimica.

Per cui, tornando all’acido acetilsalicilico N02BA01, la N sta per “Sistema nervoso” (gruppo anatomico principale), 02 per “Analgesici” (gruppo terapeutico principale), B per “Altri analgesici e antipiretici” (sottogruppo terapeutico farmacologico), A per “Acido salicilico e derivati” (sottogruppo chimico/terapeutico farmacologico) e 01 per “Acido acetilsalicilico”.

Un altro esempio? Il diazepam, contraddistinto dal codice N05BA01: N per “Sistema nervoso”, 05 per “Psicolettici”, B per “Ansiolitici”, A per “Derivati benzodiazepinici” e infine 01 per “Diazepam”.

I rischi non sono tutti uguali

Se il vostro medico vi dicesse che assumendo una determinata medicina potreste ridurre del 26% il vostro rischio d’infarto, questa percentuale potrebbe sembrarvi decisamente elevata e farvi considerare positivamente l’idea di iniziare il trattamento. Se invece vi dicesse che la riduzione del rischio di infarto sarebbe del 2,3%, pensereste che con un valore così basso non valga la pena assumere la terapia. E se entrambi i valori fossero veri contemporaneamente?

No, non si tratta di un indovinello, ma del fatto che esistono diversi modi di descrivere un rischio, ciascuno dei quali non cambia il rischio in sé, ma può influenzare profondamente come noi lo percepiamo.

Ma andiamo con ordine. Gli studi che vengono fatti per determinare l’impatto che un certo intervento avrà sulla salute pubblica possono presentare i risultati in modi differenti, e il rischio ne è un esempio emblematico. Il rischio non è altro che la probabilità che un evento si verifichi. Quando un risultato viene definito dalla presenza (o assenza) di un evento, questo è generalmente espresso come rischio assoluto (RA), ovvero la percentuale di persone in cui si verifica l’evento all’interno di un gruppo. Va da sé che se applichiamo questo ragionamento a uno studio clinico, nel quale un gruppo di controllo viene comparato a un gruppo trattato con un farmaco, sarà possibile calcolare il rischio assoluto del gruppo di controllo (detto anche rischio di base) e il rischio assoluto del gruppo trattato. Sottraendo il rischio assoluto del gruppo trattato al rischio assoluto di base otterremo la riduzione del rischio assoluto (RRA), un valore che serve a dare l’indicazione dell’impatto che un determinato intervento terapeutico ha sulla popolazione studiata. Tuttavia, l’RRA ci racconta solo una parte della storia: qual è infatti il rischio che rimane nella popolazione trattata di sperimentare comunque l’evento?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo comparare il rischio che l’evento si verifichi nel gruppo trattato con il rischio che l’evento si verifichi nel gruppo di controllo. Per farlo, dobbiamo ricorre a un valore chiamato rischio relativo (RR).

I dati che ho citato all’inizio dell’articolo riguardano uno degli studi fondamentali per l’approvazione e l’immissione in commercio del Lipitor®, il farmaco più venduto della storia. Nello studio clinico volto a dimostrare l’efficacia del Lipitor nel ridurre il rischio di infarto, il rischio assoluto è risultato pari al 9% nel gruppo di controllo e al 6,7% nel gruppo trattato. Di conseguenza, la sua riduzione (una sottrazione) risultava pari al 2,3%. Ma il rischio relativo, detto anche rischio residuale, era pari al 74% (rapporto tra i due valori), e quindi la sua riduzione era del 26%. Tornando all’esempio iniziale, in entrambi i casi il medico non vi sta mentendo: avremo effettivamente il 26% di possibilità in meno di avere un infarto rispetto a chi non assume il farmaco, ma in termini assoluti avremo un rischio d’infarto inferiore del 2,3%. Vedete bene come sia possibile, presentando l’uno o l’altro valore, convincere della bontà o meno di una decisione.

Insomma, il messaggio fondamentale è che rischio relativo e rischio assoluto sono due valori ugualmente importanti per comprendere un fenomeno e per prendere una decisione informata se adottare o meno una determinata soluzione terapeutica, e pertanto andrebbero sempre presentati entrambi.

Sfortunatamente, sono i grandi numeri a far vendere i giornali (e i farmaci), e la tendenza comune è un uso preferenziale e improprio del rischio relativo, per fare apparire migliori gli effetti di un intervento.

Carlo Barbera

qui il suo precedente articolo

Resistere alle tentazioni

Ho letto qui che i bambini concepiti o nati durante la pandemia da Covid-19 potrebbero essere chiamati “i coronial”, così come con il termine “millennial” si indicano coloro che sono cresciuti all’inizio del millennio.

Qualcuno si è spinto oltre attribuendo alle sigle a.C. e d.C. il significato di “avanti Covid” e “dopo Covid”.

Non voglio scrivere l’ennesimo articolo sulle nuove parole e modi di dire che la pandemia ha generato, piuttosto vi rimando al bellissimo articolo del linguista Giuseppe Antonelli su la Lettura, il supplemento culturale del Corriere, del 13 dicembre.

Però mi ha molto colpito un articolo sul portale della Treccani (potete leggerlo qui) in cui, in risposta a un lettore, ci si interroga come definire un paziente affetto da Covid: “covidoso”, “covidico” o “covidotico”?

In detto articolo si scrive che “covidoso” è da escludere, in quanto trattasi di un vocabolo già esistente con il significato di “bramoso”, e simili.

“Covidico”, che usa il suffisso -ico come in “rachitico”, “anoressico”, “bulimico”, non sarebbe corretto perché questo suffisso indica appartenenza, modo (come in atmosferico, filosofico, biologico…).

Resterebbe dunque “covidotico”, per analogia con “tubercolotico”, “cirrotico”, “scoliotico” e simili.

Non so come la pensate voi, io trovo tutte queste parole semplicemente orribili, per non dire sciagurate. “Affetto da Covid” mi sembra più che sufficiente e anche elegante, e in fondo richiede solo qualche battuta in più.

Altre parole non mi piacciono per nulla, come “tamponato” per i soggetti che hanno effettuato il tampone, così come non vedo perché non usare termini italiani equivalenti per droplets, contact tracing e mille altri termini inglesi che imperano.

Ancor prima di questa pandemia e dei riflessi nella lingua che essa ha comportato, ho sempre invitato a non usare nel linguaggio della medicina termini come “biopsiare”, “complessizzare”, “profilassare”… poi, vedete voi.

Io, per quanto mi riguarda, suggerirei di resistere a queste tentazioni.

Ripasso d’italiano / 2

In un precedente articolo abbiamo visto alcuni degli errori più frequenti e insidiosi nello scrivere e nel parlare italiano. Continuiamo qui la trattazione per la quale abbiamo preso spunto da un’apposita nota d’uso del dizionario Zingarelli.

È curioso come molti degli errori più comuni appartengano alla lingua parlata e non a quella scritta, nel senso che molte volte sbagliamo nel pronunciare delle parole. A noi questo dovrebbe interessare meno, ma è pur sempre sconveniente, in una conversazione, dire èdile invece di edìle, o davanti a un buon bicchiere di vino dire io centèllino anziché io centellìno e non vorremmo offendere amici del Frìuli (si pronuncia Friùli) o che vengono da Nuòro (si dice Nùoro).

Quindi, vediamole queste parole:

amàca e non àmaca
autòdromo e non autodròmo
baùle e non bàule
bolscevìco e non bolscèvico
cadùco e non càduco
callìfugo e febbrìfugo e non callifùgo, febbrifùgo
codardìa e non codàrdia
io devìo e non io dévio
ègida e non egìda
elèttrodo e non elettròdo
èureka e non eurèka
giacére e non giàcere
ìlare e non ilàre [allegro]
ìmpari e non impàri
infìdo e non ìnfido
leccornìa e non leccòrnia
mèntore e non mentóre
mollìca e non mòllica
persuadére, dissuadére e non persuàdere, dissuàdere
pudìco e non pùdico
rubrìca e non rùbrica
tèrmite e non termìte [insetto]
tralìce e non tràlice
ubbìa e non ùbbia

Sono sicuro che qualche accento sulle parole sopra riportate lo sbagliamo tutti… Sono altrettanto sicuro, invece, che nessun lettore di questo blog (ma lo Zingarelli afferma che sono tra gli errori più comuni…) scrive o dice che essi vadino, venghino, o che egli dasse, o che egli stasse. E neppure vorrei che tu vieni (o venga)… E nonostante sia spesso vero (intendo il senso) non diremo mai che lavoriamo a gratis

Più facile invece che si sbagli scrivendo inerente il … invece di inerente al …

Nessuno di noi, essendo un po’ il nostro mestiere, dirà redarre invece di redigere, ma certo se lo sarà sentito dire…

Poi ci sono i plurali con le “s”: ricordo ancora cartelli del tipo “affittasi boxes”, ma anche films, fans, murales, silos, vigilantes.

Ci sono poi altre parole – come alchimia, guaina, karakiri – che sono comunemente pronunciate o scritte, anche dalle persone colte, in modo diverso da quello suggerito da alcuni grammatici per ragioni di etimologia o di morfologia. Diàtriba, per esempio, è più corretto di  diatrìba;  islàm di ìslam; Nobèl di Nòbel, salùbre di sàlubre, scandinàvo di scandìnavo e zaffìro di zàffiro.

Ci sono poi dei casi in cui è ammessa una doppia grafia o pronuncia: io constàto / io cònstato, denuncie   / denunce, diùresi / diurèsi, famigliare / familiare, intiero / intero, leggiero / leggero, obbiettivo / obiettivo, pressapoco / pressappoco, provincie / province. Di tutte queste forme, la seconda è più corretta anche se talune volte può sembrare un po’ ricercata.

Infine, il famoso sé stesso che molti si ostinano a scrivere senza accento sul sé: certo, è accettato, non fosse altro che per la sua diffusione, ma ancora devo capire perché mai il sé debba perdere l’accento quando seguito da stesso (o medesimo).

Parole intraducibili

Questo articolo è stato scritto dal dottor Carlo Barbera, che ringrazio per la collaborazione. Anche a lui, benvenuto nel blog!

Ho sempre amato l’inglese perché la trovo una lingua affidabile, mi dà la sensazione che esista una parola per ogni cosa. E questo è fondamentale in ambito medico e scientifico, dove le parole pesano come macigni e c’è bisogno di termini che non lascino spazio ad ambiguità, per capire e per spiegarsi.

Per quanto io preferisca usare vocaboli italiani, ci sono però casi in cui la traduzione può portare con sé il rischio di fraintendimenti, quando si parla fra addetti ai lavori così come quando si vuole comunicare a un pubblico più vasto e generico. È il caso di efficacy ed effectiveness, due parole che vengono entrambe tradotte con il termine “efficacia”, ma il cui significato è sostanzialmente diverso e viene diluito e confuso nel passaggio tra lingue. Se per il primo termine non c’è nulla di male a tradurlo letteralmente, la seconda è, come avrebbe detto Claudio Bisio nella sua imitazione dell’indimenticabile Paolo Limiti, “una parola un po’ intraducibile”. O meglio, esiste in italiano il vocabolo “effettività”, ma questo è talmente poco usato in ambito medico che rischia di dare origine a ulteriori incomprensioni. Pertanto, ai fini di questo articolo, farò riferimento ai termini anglosassoni.

In farmacologia e medicina, la efficacy viene definita come la massima risposta raggiungibile con l’assunzione di un farmaco. Tuttavia, questa efficacy viene sempre misurata in contesti artificiali come quelli degli studi clinici, nei quali le condizioni sono ideali, i pazienti vengono selezionati sulla base di criteri rigorosi, e i regimi terapeutici hanno la massima aderenza. La effectiveness differisce in questo perché prende in considerazione come un farmaco si comporta nel mondo reale, dove viene somministrato a gruppi di pazienti con caratteristiche eterogenee rispetto a quelle delle popolazioni selezionate per gli studi clinici, come pazienti che assumono in concomitanza altri farmaci per i quali non esistono dati relativi alle interazioni.

Provo a fare un esempio concreto per chiarire meglio questa differenza. In questi giorni si è parlato molto del vaccino di Pfizer/BioNTech e proprio la efficacy è stata oggetto di interesse mediatico, con risultati che hanno superato tutte le aspettative e hanno generato grandi speranze intorno a questa possibilità terapeutica. Ma cosa intendevano i comunicati dicendo che il vaccino Pfizer ha una efficacia del 95%, e come questa è stata calcolata? Analizziamo insieme gli aspetti della questione.

Lo studio clinico di Fase III concluso da poco ha visto il reclutamento di 43.661 volontari sani a livello globale. Al fine di misurare l’efficacy, un gruppo di pazienti al quale i medici hanno somministrato il vaccino sperimentale è stato comparato con un gruppo di pazienti “di controllo”, cui è stato somministrato un placebo. Si è poi aspettato che le persone contraessero in maniera naturale l’infezione, e quando 170 partecipanti sono tornati con i sintomi da Covid-19 e sono risultati positivi al tampone, si è visto che 8 di loro erano stati vaccinati, mentre i restanti 162 appartenevano al braccio di controllo. È stata quindi calcolata la differenza relativa tra la frazione di volontari vaccinati che si sono ammalati e la frazione di volontari non vaccinati che si sono ammalati, detta appunto Vaccine Efficacy (VE).

Questo significa che il vaccino proteggerà il 95% di coloro che lo faranno? Non esattamente, proprio per il fatto che la efficacy è un valore teorico. Sarà la effectiveness a determinare in che misura questo vaccino è realmente, scusate il gioco di parole, efficace nel proteggere la popolazione. E questo dipenderà anche da parametri importanti quali, per esempio, la durata dell’immunità verso un ceppo virale che evolve, il rapporto rischi/benefici, ma anche la difficoltà nella conservazione, il costo, l’accessibilità, la stabilità e i problemi di produzione.

Insomma, per citare un vecchio adagio, i vaccini non salvano vite, sono i programmi vaccinali a salvare vite.

Carlo Barbera
Mi occupo di progettazione e sviluppo di farmaci e dispositivi medici per professione, e di rendere la ricerca farmaceutica un argomento social e divertente per passione. Ogni settimana potete leggere i miei post su LinkedIn seguendo l’hashtag #ScientiFico, dove spiego cosa penso dello sviluppo di nuovi prodotti farmaceutici.

Ripasso d’italiano

Per scrivere e tradurre bene e correttamente di medicina (come del resto per ogni altra disciplina) bisogna conoscere bene l’italiano, la grammatica, il lessico. Spero pertanto che i lettori mi seguiranno in questo articolo e in un altro che seguirà in cui riprenderò alcuni degli errori più comuni. Il caso vuole che proprio in questi giorni la Zanichelli nella newsletter quotidiana “La parola del giorno dello Zingarelli” abbia proposto alcune delle parole che più frequentemente vengono scritte in modo sbagliato. Vediamole insieme.

  • accelerare  e non accellerare
  • aeroplano e non areoplano e similmente aeroporto, aero-
  • avallo [garanzia] e non avvallo
  • collutorio e non colluttorio
  • colluttazione e non collutazione
  • d’accordo e non daccordo e similmente d’altronde
  • eccezionale e non eccezzionale
  • efficiente e non efficente
  • grattugia e non grattuggia
  • ingegnere e non ingegniere
  • meteorologia e non metereologia
  • ridondante e non rindondante

Sempre sullo Zingarelli c’è una nota d’uso sugli errori più frequenti e insidiosi nello scrivere e nel parlare italiano. Sono ben 106! Vediamone qualcuno insieme, a partire da qualche altra parola.

  • acchito e non acchitto      
  • aneddotico e non anedottico     
  • appropriato e non appropiato
  • conoscenza e non conoscienza
  • coscienza e non coscenza
  • echeggiare e non eccheggiare
  • essiccare e non essicare  
  • esterrefatto e non esterefatto

Ci sono anche nomi propri: Caltanissetta e non Caltanisetta, Machiavelli e non Macchiavelli, Mississippi e non Missisipi.

Poi ci sono i ben noti accenti acuti e non gravi come in perché, benché, affinché, sé (e anche in sé stesso), né, ventitré, poté, dové, viceré, ventitré (ma re e tre da soli sono senza accento). Mentre devono essere gravi gli accenti in è, cioè, caffè, tè.

Si deve scrivere egli dà, ma non si usa l’accento in egli fa, sta, va.

Senza accento blu e su, ma ci vorrà in rossoblù e lassù.

Poi c’è l’errore per eccellenza, e cioè qual’è, mentre bisogna usare qual è. Un po’ e a mo’ di si scrivono con il segno di troncamento.

Per oggi ci fermiano qui, spero di non aver offeso nessuno ricordando questi capisaldi della nostra grammatica. E spero anche che nessuno venga a dirmi che con la terminologia medica questo non centra!

Effetto indesiderato, evento avverso e reazione avversa a farmaco

L’articolo che segue è stato scritto dalle colleghe di Translating Health, un team di cinque traduttrici specializzate nel campo medico-farmaceutico, per la loro particolare esperienza in materia. Benvenute nel blog!

Termini come effetto indesiderato, evento avverso e reazione avversa a farmaco non sono affatto sinonimi e non vanno usati indifferentemente, come spesso succede. Facciamo chiarezza circa questi termini.

Effetto indesiderato

Un effetto indesiderato, termine preferibile a effetto collaterale secondo la terminologia della European Medicines Agency (EMA),1 è un effetto non intenzionale che insorge alle dosi normalmente impiegate nell’uomo e che è connesso alle proprietà del farmaco (come può essere la sonnolenza da antistaminico). Per lo più tali effetti sono riportati nel foglio illustrativo e nel riassunto delle caratteristiche del medicinale in questione.

Evento avverso

Per evento avverso si intende qualsiasi evenienza medica non voluta che può comparire durante un trattamento con un medicinale, ma che non necessariamente ha una relazione di causalità con il medicinale stesso.2

Un esempio di evento avverso è la caduta con frattura del femore di un’anziana partecipante a una sperimentazione clinica su un medicinale che può provocare vertigini.

In questo contesto, gli eventi avversi seri o gravi (Serious Adverse Event, SAE) sono quelli che, a prescindere dalla dose, hanno esito nella morte o mettono in pericolo la vita dei soggetti che partecipano alla sperimentazione, richiedono un ricovero ospedaliero o prolungano una degenza in ospedale, determinano invalidità o incapacità gravi o prolungate, comportano un’anomalia congenita o un difetto alla nascita.3

Reazione avversa a farmaco

In base alla nuova normativa europea (Regolamento UE 1235/2010 e Direttiva 2010/84/UE), una reazione avversa a farmaco (Adverse Drug Reaction, ADR) è un effetto nocivo e non voluto conseguente all’uso di un medicinale. A differenza dell’evento avverso sussiste quindi una relazione di causalità.2 

In questa nuova definizione sono considerate reazioni avverse quelle derivanti da un uso conforme alle indicazioni contenute nell’AIC (Autorizzazione all’immissione in commercio), ma anche quelle legate ad abuso, uso improprio, uso off label (non conforme alle indicazioni contenute nell’AIC), sovradosaggio, esposizione professionale ed errore terapeutico. Sono state proposte varie classificazioni delle ADR, tra cui quella che distingue reazioni avverse di tipo A (augmented), di tipo B (bizarre), di tipo C (chronic), di tipo D (delayed), di tipo E (end of use) e di tipo F (failure). Le reazioni avverse a farmaco possono essere inoltre classificate in modo meccanicistico (tossiche, allergiche, idiosincrasiche), secondo la gravità (lievi, moderate, gravi), secondo la frequenza (frequenti, occasionali, rare), secondo la successione cronologica (immediate, tardive) e in base alla dose-dipendenza [Do], al tempo di insorgenza della reazione [T] e alla suscettibilità del paziente [S] (la cosiddetta classificazione DoTS).2

Un esempio di reazione avversa di tipo B, non dose-dipendente, rara, non correlata alle caratteristiche farmacologiche del medicinale, imprevedibile e ad alta mortalità è lo shock anafilattico da penicilline.

Infine, una sospetta reazione avversa grave e inattesa (Suspected Unexpected Serious Adverse Reaction, SUSAR) è una reazione avversa di natura o gravità non prevedibili in base alle informazioni relative al prodotto (quelle riportate nel dossier per lo sperimentatore se il prodotto è in sperimentazione o, nel caso di un prodotto autorizzato, nel riassunto delle caratteristiche del prodotto).3-5

Bibliografia

1 QRD Template EMA

2 La farmacovigilanza in Regione Campania, A. Capuano

3 https://www.aifa.gov.it/sites/default/files/11-26-2013%20-%20Cupani%20-%20FV%20in%20SC%206-7%20dic%20cupani+%20corretta%20US_Rev_EI.pdf

4 https://www.aifa.gov.it/sistema-europeo-eudravigilance

5 http://careonline.it/wp-content/uploads/2016/12/parolachiave_Care_5_2016.pdf

Le parole del diabete

Sabato 14 novembre si è celebrata la “Giornata mondiale del diabete”. Si è celebrata in questa data perché il 14 novembre del 1891 nacque Frederick Grant Banting, che insieme a Charles Herbert Best nel 1921 scoprì l’insulina, che ha consentito di trattare il diabete rendendolo una malattia controllabile.

Come è noto, ci sono più forme di diabete: di tipo 1 (DM1, conosciuto anche come “giovanile”), di tipo 2 (DM2, conosciuto anche come “alimentare” o “dell’adulto”), gestazionale (o gravidico), LADA, MODY, e altre ancora.

Proviamo a chiarire il significato, per stare nel nostro ambito terminologico, dei molti termini che contraddistinguono il diabete. A proposito, “diabete” deriva dal greco diabainein, “passare attraverso”, con allusione al frequente passaggio di urina provocato dalla malattia (la poliuria, uno dei sintomi principali del diabete).

La prima parola da affrontare non può che essere mellito, parola che accompagna le prime tre forme di diabete citate (DM1, DM2 e gestazionale). “Mellito” deriva dal latino mellitus, che significa “dolce”, ma anche “miele”. Fu l’inglese Thomas Willis nel 1675 ad aggiungere questo termine per il fatto che il sangue  e le urine dei pazienti diabetici hanno un sapore dolce. All’epoca, ma ancora un secolo prima ai tempi di Paracelso (1493-1541), era pratica comune che i medici, per porre diagnosi di diabete, assaggiassero le urine o almeno isolassero lo zucchero nelle urine dei diabetici previa evaporazione e con l’aggiunta di lievito ne provocassero la fermentazione, dimostrando appunto trattarsi di zucchero.

LADA è l’acronimo di Latent Autoimmune Diabetes in Adults e contraddistingue una forma di diabete autoimmune a lenta evoluzione verso l’insulino-dipendenza. MODY, invece, è l’acronimo di Maturity Onset Diabetes of the Young, rara forma di diabete (1-2% dei casi), in cui l’iperglicemia è familiare con un’ereditarietà autosomica dominante.

Poi c’è il diabete insipido, che si accompagna a poliuria con urine diluite e polidipsia imponenti, causato dalla carenza dell’ormone antidiuretico (o ADH o vasopressina) per lesioni di varia natura a carico della neuroipofisi. “Insipido” dal latino insipidum, composto di in- e sapidus, sta per “poco saporito”, il che rimanda alle urine diluite.

Ci sono poi altri termini curiosi correlati al diabete, per esempio bronzino: il diabete bronzino è sinonimo di “emocromatosi”, in cui un elemento caratteristico è la pigmentazione cutanea.

Poi c’è anche il diabete da allossana, forma di diabete mellito indotto sperimentalmente in animali mediante somministrazione di allossana, sostanza che determina una distruzione delle cellule beta delle isole del Langerhans.

Infine, c’è il diabete di tipo 3: un titolo che è stato proposto per la malattia di Alzheimer che deriva dalla resistenza all’insulina nel cervello. Non è ancora un termine medico o una condizione riconosciuta, ma è un termine ora utilizzato nella ricerca che esamina le cause della malattia di Alzheimer.

Fai attenzione quando leggi un libro di medicina: potresti morire per un errore di stampa

Mark Twain, lo scrittore statunitense (1835-1910) autore dei famosissimi libri Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, scriveva: “Fai attenzione quando leggi un libro di medicina: potresti morire per un errore di stampa”. L’aforisma è certo paradossale, ma c’è del vero: errori nella compilazione di una ricetta o cattive interpretazioni della stessa, ma anche trascuratezza nel riportare prescrizioni in cartella clinica possono rivelarsi fatali. Analogamente, quando si scrive o si traduce in medicina occorre prestare la massima attenzione: un refuso (si pensi per esempio relativamente a un dosaggio) può essere molto pericoloso.

Non per niente il Ministero della Salute ha emanato qualche tempo fa una “Raccomandazione per la prevenzione degli errori  in terapia” che tra le altre cose indica di:

  • Scrivere il nome del principio attivo dei farmaci per esteso (per es., non 5-FU o CHOP, ma – rispettivamente – 5-Fluoro Uracile e ciclofosfamide / doxorubicina / vincristina / prednisone).
  • Lasciare uno spazio tra nome e il dosaggio, in modo particolare per quei nomi che finiscono in l (elle) per evitare interpretazioni errate (per es., Inderal 40 mg al posto di Inderal40mg che potrebbe essere confuso con Inderal 140 mg).
  • Non mettere lo zero terminale dopo la virgola per le dosi espresse da numeri interi (per es., scrivere 1 mg invece che 1,0 mg in quanto potrebbe essere confuso con 10 mg).
  • Scrivere sempre lo zero prima dei decimali inferiori a un’unità (per es., scrivere 0,5 g invece di ,5 g o .5 g [all’inglese] che può essere erroneamente interpretato come 5 g se non viene letta la virgola [o i punto]).
  • Usare il punto per separare i tre zeri delle migliaia o usare parole come 1 milione per favorire la corretta interpretazione (per es., 10000 unità va scritto 10.000 unità).
  • Specificare chiaramente la posologia evitando indicazioni generiche come “un cucchiaino”, “un misurino”.
  • Evitare schemi posologici ambigui, ma precisare, senza abbreviazioni e sigle, l’esatta periodicità dell’assunzione (per es., “due volte al giorno” ha significato diverso per l’assunzione di un antibiotico da somministrare a intervalli determinati come “ogni 12 ore” rispetto a un antiacido da assumere a pranzo e a cena) ed evitare sempre la dicitura “al bisogno”.
  • Evitare l’uso delle frazioni (per es., ½ compressa ovvero “metà compressa” può essere frainteso con 1 o 2 compresse).
  • Scrivere le unità di misura secondo il sistema metrico decimale. Per le misure di capacità viene accettato il litro l (L) e sottomultipli: scrivere, per esempio, ml o mL e mai cc. Per quanto riguarda le unità di misura del peso, µg (sebbene presente nel sistema metrico decimale) potrebbe essere confondente, come anche mcg, e quindi bisogna scrivere per esteso microgrammi.
  • Per i farmaci in combinazione indicare il dosaggio di ognuno dei principi attivi.

Insomma, una serie di indicazioni estremamente utili cui i medici dovrebbero attenersi e come già detto non solo i medici ma chiunque scriva o traduca di medicina.

Recentemente, sempre il Ministero della Salute, al fine di ridurre o prevenire errori di terapia, ha redatto in accordo con l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) la lista dei farmaci LASA. Di cosa si tratta? LASA è un acronimo che sta per look alike sound alike con il quale vengono indicati tutti quei farmaci  simili nella confezione (dimensione e/o colore) e/o nella fonetica che potrebbero essere più facilmente confusi o scambiati con altri, generando di conseguenza errori terapeutici. Si pensi per esempio a Alkeran® (il cui principio attivo è il melfaran) per Leukeran® (clorambucile), molto simili nel nome o altri quasi identici nella loro confezione, come nell’immagine. Qui l’elenco completo dei farmaci LASA.

Attenzione, dunque: scrivere e tradurre in medicina comporta responsabilità, un refuso non ha lo stesso valore che in un testo di narrativa…