Terapia, trattamento, cura

Terapia, trattamento, cura: tre termini apparentemente sinonimi, ma in realtà con molte sfumature tra loro.

La terapia, in medicina, è lo studio e l’attuazione concreta dei mezzi e dei metodi per portare alla guarigione delle malattie; obiettivo di una terapia è dunque  riportare uno stato patologico a uno stato sano, o almeno alleviarne i sintomi, renderli più sopportabili.

Trattamento è un termine con un significato più esteso, intendendosi con esso l’applicazione di determinati metodi e processi, o azione di qualsiasi genere e natura (fisica, chimica, materiale, ecc.) a cui si sottopone un organismo o parte di questo, per conseguire determinati effetti. Ha più a che fare con una gestione complessiva. “Trattamento dei tumori”, giusto per fare un esempio, sta a indicare non tanto e non solo la terapia, ma l’approccio globale al problema.

E la cura? Cura, in medicina, è l’insieme delle terapie e dei medicamenti usati per il trattamento di una malattia.

Tuttavia, queste definizioni mi lasciavano comunque un poco insoddisfatto, con questi continui rimandi da un termine all’altro, ed è così che ho pensato di consultare il Dizionario analogico della lingua italiana (nella fattispecie quello di Feroldi, Dal Pra, pubblicato da Zanichelli). Consultare un dizionario analogico vi assicuro che, per chi ama la lingua e le parole, è un’avventura meravigliosa.

Ebbene, a proposito di terapia trovo un elenco vastissimo: terapia sintomatica, farmacologica, ormonale, oncologica, radiante, d’urto, intensiva, riabilitativa… Naturalmente anche in termini composti: farmacoterapia, ormonoterapia, oncoterapia, chemioterapia, radioterapia, ossigenoterapia, ozonoterapia, aerosolterapia, elioterapia, fototerapia, vaccinoterapia, e – credetemi – moltissime altre (provare per credere). Poi, naturalmente, c’è la terapia del dolore, e le terapie palliative. Poi la fisioterapia e le terapie fisiche, con  la chinesiterapia, la chiroterapia, la massoterapia… Quindi la terapia del sonno, ma anche la terapia convulsivante e quella elettroconvulsivante. E, in ambito psicologico, tutte le psicoterapie, con la terapia di gruppo, la terapia di coppia ecc. Vi assicuro, quello che vi ho riportato è un elenco ridottissimo rispetto a quello disponibile. C’è da perdersi…  

Ma, sempre a proposito di meravigliose avventure nei dizionari, alla voce “cura”, sullo Zingarelli, c’è una perla. È tra le “definizioni d’autore”, ed è affidata, per questa voce, alla dottoressa Emanuela Palmerini. Ecco che cos’è la cura, come meglio non la si può definire:

Cura è una parola molto bella.
Cura è farsi carico dei bisogni di un altro: è un processo dinamico tra persona e persona, medico e paziente.
Cura è ascolto e tempo: una terapia ha meno valore se non abbiamo tempo per un colloquio con il paziente.
Cura è professionalità: lavorare con scienza, coscienza e dedizione.
Cura è gentilezza: un gesto semplice, come un saluto al mattino.
Cura è amore per sé: un po’ di bellezza nella nostra giornata.
Cura è scelta: scegliere di porre un altro al centro delle nostre azioni.
Cura è la rivoluzione delle nostre priorità.
Cura è possibile.

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Nell’immagine: Wolfgang Heimbach – Il malato, metà del XVII secolo. Amburgo, Hamburger Kunsthalle.
Nel volume Viaggio intorno al  corpo, della collana Dizionari d’Arte, pubblicata da Electa, a cura di Giorgio Bordin, Marco Bussagli e Laura Polo D’Ambrosio, a proposito di questo quadro si legge: “Il piccolo quadro, che si presenta come una tranquilla realtà domestica, ha certamente significati allegorici e simbolici […]. Cogliendo gli aspetti quotidiani della vita borghese si vuole fare meditare sulla condizione della malattia e sull’importanza del prendersi cura dell’altro quale gesto non scontato di carità familiare”. Il malato risulta infatti “accudito dalle amorevoli cure della moglie e riceve l’affettuoso saluto della piccola figlia, mentre la domestica cambia le lenzuola del letto”.

Il processo di definizione di una malattia

Qualsiasi testo di patologia/clinica medica nel presentare una malattia, subito dopo la definizione, sviluppa di solito una scaletta piuttosto precisa che permette di inquadrare la malattia stessa in maniera completa. Vediamo insieme questo approccio esaminando il significato dei singoli termini.

Eziologia [voce dotta, lat. tardo aetiolŏgia, dal gr. aitiología, composto di aitia, causa, e logia, discorso, trattazione]. È lo studio delle cause che determinano una malattia. Spesso si trova ancora “etiologia”, ma il termine è ormai obsoleto.

Epidemiologia [voce dotta, composto di epidemia e -logia, discorso, trattazione]. È la disciplina medica che studia i meccanismi di diffusione delle malattie, la distribuzione degli eventi legati alle malattie in diversi gruppi di persone.

Patogenesi [dal gr. páthos, affezione, sofferenza, e génesis, nascita]. Indaga le modalità d’insorgenza, il meccanismo di sviluppo, di una malattia. Spesso questa sezione comprende anche l’anatomia patologica che, avvalendosi di analisi di biopsie o di campioni chirurgici, tratta le alterazione morfologiche e microscopiche degli organi e dei tessuti colpiti dai processi morbosi.

Manifestazioni cliniche, o anche quadro clinico, o semplicemente clinica o, ancora, sintomatologia, è la sezione che esamina il complesso dei sintomi (e segni) che caratterizzano una malattia. Ricordiamo che per sintomo si intende ogni manifestazione che accompagna una malattia e che viene avvertita dal paziente. Il segno, invece, è l’alterazione rilevata dal medico sul paziente affetto da una patologia.

Complicanze (e non complicazioni) descrivono gli eventi anomali, le aggravanti di malattia che possono svilupparsi durante il suo decorso.

Diagnosi [voce dotta, dal gr. diágnōsis, composto di diá, attraverso (alcuni segni), e gnôsis, conoscenza]. È la definizione di una malattia attraverso l’anamnesi, i segni e i sintomi, gli esami di laboratorio e quelli strumentali. Infatti, questa sezione, nella descrizione di una malattia, comprende anche la diagnosi di laboratorio e dovrebbe estendersi alla diagnosi differenziale, l’esame critico dei sintomi per distinguere malattie tra loro consimili.

Prognosi [voce dotta, lat. tardo prognōsi(m), dal gr. prógnōsis, previsione, a sua volta da progignskein, prevedere, giudicare prima, composto di pró, prima, e gignskein, conoscere, di origini indeuropee]. È il giudizio clinico sull’evoluzione futura della malattia in esame. La prognosi può essere favorevole o sfavorevole, fausta o infausta, benigna o grave (ma non cattiva!). Si usa il termine riservata quando non è possibile fare alcuna previsione sull’esito di una malattia data la gravità del quadro clinico.

Terapia o trattamento [gr. therapeia, cura]. Vengono usati come sinonimi, in realtà la terapia è quella branca della medicina che si occupa della ricerca di tutti quei rimedi atti a favorire la guarigione e ad alleviare le sofferenze dei malati. La terapia può essere chirurgica, medica, fisica, ecc. Il trattamento ha un significato un poco più esteso indicando qualsiasi procedura o terapia finalizzata a combattere le malattie e a migliorare le condizioni del malato; spesso, infatti, si usa il termine gestione.

Prevenzione [voce dotta, lat. tardo praeventiōne(m), da praevĕntus, part. pass. di praevenīre, prevenire]. Descrive l’attuazione dei provvedimenti più adeguati a impedire che si manifesti la malattia. Va distinta dalla profilassi
che è riferita all’insieme delle misure igieniche, sanitarie e farmacologiche adottate per evitare l’insorgere o il diffondersi di malattie.

PS: andate a visitare la nuova pagina Dizionario: completamente rifatta, accorpa tutte le lettere, prima presentate singolarmente, e ingloba tutti gli approfondimenti sui singoli lemmi. Uno strumento utilissimo per chi traduce e scrive di medicina e per i redattori medico-scientifici.
Nell’immagine: Pablo Picasso, Scienza e carità, 1897, Barcellona, Museo Picasso.

Le parole del diabete

Sabato 14 novembre si è celebrata la “Giornata mondiale del diabete”. Si è celebrata in questa data perché il 14 novembre del 1891 nacque Frederick Grant Banting, che insieme a Charles Herbert Best nel 1921 scoprì l’insulina, che ha consentito di trattare il diabete rendendolo una malattia controllabile.

Come è noto, ci sono più forme di diabete: di tipo 1 (DM1, conosciuto anche come “giovanile”), di tipo 2 (DM2, conosciuto anche come “alimentare” o “dell’adulto”), gestazionale (o gravidico), LADA, MODY, e altre ancora.

Proviamo a chiarire il significato, per stare nel nostro ambito terminologico, dei molti termini che contraddistinguono il diabete. A proposito, “diabete” deriva dal greco diabainein, “passare attraverso”, con allusione al frequente passaggio di urina provocato dalla malattia (la poliuria, uno dei sintomi principali del diabete).

La prima parola da affrontare non può che essere mellito, parola che accompagna le prime tre forme di diabete citate (DM1, DM2 e gestazionale). “Mellito” deriva dal latino mellitus, che significa “dolce”, ma anche “miele”. Fu l’inglese Thomas Willis nel 1675 ad aggiungere questo termine per il fatto che il sangue  e le urine dei pazienti diabetici hanno un sapore dolce. All’epoca, ma ancora un secolo prima ai tempi di Paracelso (1493-1541), era pratica comune che i medici, per porre diagnosi di diabete, assaggiassero le urine o almeno isolassero lo zucchero nelle urine dei diabetici previa evaporazione e con l’aggiunta di lievito ne provocassero la fermentazione, dimostrando appunto trattarsi di zucchero.

LADA è l’acronimo di Latent Autoimmune Diabetes in Adults e contraddistingue una forma di diabete autoimmune a lenta evoluzione verso l’insulino-dipendenza. MODY, invece, è l’acronimo di Maturity Onset Diabetes of the Young, rara forma di diabete (1-2% dei casi), in cui l’iperglicemia è familiare con un’ereditarietà autosomica dominante.

Poi c’è il diabete insipido, che si accompagna a poliuria con urine diluite e polidipsia imponenti, causato dalla carenza dell’ormone antidiuretico (o ADH o vasopressina) per lesioni di varia natura a carico della neuroipofisi. “Insipido” dal latino insipidum, composto di in- e sapidus, sta per “poco saporito”, il che rimanda alle urine diluite.

Ci sono poi altri termini curiosi correlati al diabete, per esempio bronzino: il diabete bronzino è sinonimo di “emocromatosi”, in cui un elemento caratteristico è la pigmentazione cutanea.

Poi c’è anche il diabete da allossana, forma di diabete mellito indotto sperimentalmente in animali mediante somministrazione di allossana, sostanza che determina una distruzione delle cellule beta delle isole del Langerhans.

Infine, c’è il diabete di tipo 3: un titolo che è stato proposto per la malattia di Alzheimer che deriva dalla resistenza all’insulina nel cervello. Non è ancora un termine medico o una condizione riconosciuta, ma è un termine ora utilizzato nella ricerca che esamina le cause della malattia di Alzheimer.

Sono stato colpito da un’affezione severa

Sì, sono stato colpito da un’affezione severa. Per questo non mi avete letto da una settimana e più a questa parte. Penserete al Covid, anzi alla Covid (“d” sta per disease/malattia e quindi sarebbe femminile, ma è una battaglia persa, tanto vale rassegnarsi). No, per fortuna non era il Sars-CoV-2 (ecco così è giusto). Non funzionava internet, abitando in un borgo selvaggio dimenticato da Dio, dagli uomini e dagli operatori telefonici. Solo il dio del vento (Eolo) dà una piccola mano, ma anche il vento – si sa – va e viene. Nel mio caso più va che viene.

Di questi tempi, insomma una sventura, perché senza internet oggi non puoi fare più nulla: provare per credere.

Però qualche messaggino sul cellulare lo ho ricevuto. Qualcuno anche dai lettori di questo blog. Uno mi ha chiesto se ai tanti termini che ho usato in un precedente articolo per definire la “malattia” (e cioè morbo, patologia, sindrome, disturbo…) si potesse aggiungere “affezione”. Certo che sì. “Affezione” è una parola bellissima, lo Zingarelli ci ha messo a fianco anche il trifoglio, che significa “parola da salvare”. Una ragione di più per usarla. Il primo a usare questa parola, con il significato di “disposizione dell’animo” fu Brunetto Latini (1220-1294/95), scrittore, poeta, politico e notaio italiano, autore di opere in volgare italiano e francese. Ma poi Baldassarre Castiglione (1478-1529; nell’immagine in alto il suo ritratto a opera di Raffaello Sanzio) ne ampliò il significato in “disposizione morbosa, malattia”. Del resto se “affezione” suona di antico, “essere affetto da” è usato comunemente in medicina.

Dunque, ok per “affezione” oltre che malattia, morbo, patologia, sindrome, disturbo. Però, mi raccomando, no a “disordine” e neanche “problema”.

Una “affezione” può essere lieve, moderata, seria, importante, grave… ed ecco che qualche altro lettore mi chiede “ma anche severa”? Bella domanda. “Severo” in medicina è usatissimo, forse perché essendo la maggior parte della letteratura scientifica in inglese viene spontaneo, traducendo in italiano, adagiarsi sul severe inglese. Anche l’Accademia della Crusca lo ha sdoganato (chi è interessato legga qui). Ma questo non vuol dire necessariamente che sia appropriato e nemmeno la scelta migliore. Anche perché il significato di “severo” (vedi Zingarelli) è: 1) che si attiene a rigidi principi morali; 2) che rifugge dall’indulgenza, dai compromessi; 3) austero, serio; 4) sobrio, privo di elementi meramente esornativi (le linee severe…); 5) rilevante.

Insomma, niente a che fare con la malattia. Poi, abbiamo “grave” che è certamente meglio e più appropriato. Quindi il “severo” lasciamolo al babbo di un tempo (come mi scrive un altro lettore) o alla signorina Rottermeier (altra lettrice).

Grazie a tutti questi lettori e lettrici: hanno colto lo spirito del blog, che è intervenire, dire la propria, suggerire, stimolare, proporre.

La classificazione delle malattie

Se per molte malattie sono ancora in uso espressioni popolari, per altre non si riesce ad abbandonare nella loro denominazione l’origine latina, come per l’angina pectoris (che sta per ischemia miocardica) o la claudicatio intermittens (lombosciatalgia bilaterale, ma anche – e torniamo a sopra – mal delle vetrine, perché la malattia costringe il malcapitato che sta passeggiando a fermarsi davanti alle vetrine dei negozi per il dolore e la difficoltà a procedere).

Vi sono poi molte malattie che sono note con la loro sigla: è il caso dell’AIDS che difficilmente viene chiamata per esteso (sindrome da immunodeficienza acquisita), ma appunto con l’acronimo derivato dall’inglese Acquired Immune Deficiency Syndrome. Talvolta l’abbreviazione è indispensabile: come potremmo definire la CADASIL? Forse “arteriopatia cerebrale autosomica dominante con infarti sottocorticali e leucoencefalopatia” (dall’inglese Cerebral Autosomal Dominant Arteriopathy with Subcortical Infarcts and Leukoencephalopathy)?

Sigle ancora più ermetiche sono Ca e K per definire un tumore, in uso tra i medici o per “oscurare” il male al paziente.

In definitiva, come destreggiarsi in questo labirinto di denominazioni? Per fortuna c’è la Classificazione Internazionale delle Malattie (per l’esattezza Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie e dei Problemi Sanitari Correlati): siamo giunti alla decima edizione (International Classification on Diseases, ICD-10), approvata nel 1990 durate la 43° Assemblea mondiale della sanità (WHA). È redatta in inglese e tradotta nelle altre cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (arabo, francese, cinese, russo e spagnolo) e in altre 36 lingue tra cui l’italiano. È sempre l’OMS che, dal 1996, ne cura l’aggiornamento. Esiste anche un’undicesima edizione, presentata nel 2018, ma non ancora entrata in vigore. Suddivide le malattie in capitoli e sezioni (Capitolo I, da A00-B99, Malattie infettive e parassitarie; Capitolo II, da C00 a D48, Neoplasie; Capitolo III, da D50 a D89, Malattie del sangue e del sistema immunitario…).

La Classificazione Internazionale delle Malattie viene pubblicata in Italia a cura dell’ISTAT e la potete trovare qui: https://www.istat.it/it/files//2011/01/malattie.pdf

Espressioni comuni per definire le malattie

Nei due precedenti articoli abbiamo visto le malattie eponimiche e poi i molti suffissi e prefissi che concorrono a formare i termini con cui si definiscono le malattie. Qui ci occuperemo invece delle espressioni comuni per denominarle, un altro classico caso di “distanza” tra il linguaggio popolare e quello medico, specialistico.

Alcune di queste espressioni comuni hanno l’indubbio vantaggio di rimandare con evidenza alla caratteristica principe del disturbo: è il caso, solo per fare alcuni esempi, del gomito del tennista, del fuoco di sant’Antonio, del labbro leporino o del colpo della strega  (i cui corrispettivi sono l’epicondilite laterale, l’herpes zoster, la cheiloschisi o labioschisi e la lombalgia/dorsalgia).

Altre vanno scomparendo, come il ginocchio della lavandaia, anche perché per fortuna le donne non si inginocchiano più sulla dura pietra dei lavatoi. Però la borsite prepatellare resta, seppure per altre cause.

Tralasciamo i modi di dire che appartengono ad altre epoche, come il mal della pietra (con cui si intendeva la calcolosi o litiasi renale) e l’idropisia (oggi anasarca – edema massiccio e diffuso, sottocutaneo, dovuto all’effusione di liquido nello spazio extracellulare) perché altrimenti non ne veniamo più fuori e andremmo a occuparci di storia della medicina.

Però molte espressioni gergali restano, eccome. Ecco così che molti dicono “ho la cervicale” (ma anche “ho il torcicollo”) oppure “ho la sciatica”: certo queste espressioni sono improprie, ma sarebbe ingeneroso chiedere loro di dire cervicalgia e sciatalgia.

Ci sono poi gli orecchioni per la parotite, la tosse asinina (o canina, o convulsa) per la pertosse. E, a proposito delle malattie dell’infanzia, se una mamma dice che il suo bimbo ha l’acetone, beh, non possiamo pretendere che dica acetonuria o che si esprima dicendo che il piccolo ha un’alterazione dei corpi chetonici.

Curioso anche l’uso del termine popolare costipazione, che per alcuni significa raffreddore o affezione ai bronchi, per altri stitichezza (che poi, va da sé, è la stipsi).

Naturalmente c’è il classico esaurimento nervoso che un è nonsenso, ma che forse sopravvive perché incerto è l’equivalente: nevrastenia? distonia neurovegetativa? nevrosi d’ansia? depressione?
E la debolezza, per astenia.

E infine non si può tacere il brutto male per tumore, un’espressione così infelice, per non dire male incurabile, anche perché sottintende l’assenza di speranza quando invece sappiamo benissimo che oggi ci sono trattamenti risolutivi per la maggior parte dei tumori. Eppure, quante volte lo si legge in un quotidiano o lo si sente in un telegiornale…

Prometto, la prossima volta concludo… ho ancora alcune chicche da raccontarvi sui termini che si usano per definire le malattie.

Prefissi e suffissi nella denominazione delle malattie

Come anticipato nello scorso articolo, eccoci di nuovo a indagare circa l’origine dei nomi delle malattie. Nell’articolo precedente abbiamo trattato delle malattie eponimiche, ma queste sono certo una minoranza: nella maggior parte dei casi, i termini con cui si definiscono le malattie si formano con l’uso di suffissi e prefissi.

Ecco allora -ite (polmonite, epatite, artrite…), suffisso di origine greca (-ites), che ha proprio significato di “malattia”, in particolare infiammatoria.

Poi c’è il suffisso -osi, sempre di origine greca (-osis), per lo più con significato di “affezione degenerativa” (artrosi – si noti la contrapposizione con artrite). Il suffisso -osi, tuttavia, indica genericamente una condizione o uno stato, per cui  ecco termini come dermatosi, nevrosi, psicosi, sclerosi, trombosi

Naturalmente, ecco il suffisso algia (dal greco algos, “dolore”) per definire uno stato doloroso a carico di una qualsiasi struttura anatomica non accompagnato dalla presenza di lesioni macroscopiche (nevralgia, mialgia…).

Tra gli altri suffissi per designare le malattie, ecco -ismo (dal greco -isma) che ha significato di condizione o malattia risultante dalla struttura anatomica indicata nella prima parte del termine o che la implica: si pensi a alcolismo, gigantismo, irsutismo, strabismo e moltissime altre condizioni.

Un altro suffisso molto impiegato è -oma, che ha significato di “rigonfiamento”, “tumefazione” e lo si ritrova, per esempio, in ematoma, ma ha anche significato di “tumore” e infatti la maggior parte delle denominazioni dei tumori si avvale di questo suffisso: carcinoma/adenocarcinoma per i tumori maligni che derivano da un tessuto epiteliale (di rivestimento o ghiandolare), sarcoma per i tumori maligni che si sviluppano nel tessuto connettivo, linfoma/mieloma per quelli linfoemopoietici, astrocitoma/blastoma per quelli derivanti dal tessuto nervoso, melanoma, dai melanociti.

Per le tumefazioni non neoplastiche si usa -cele (meningocele, varicocele, idrocele…).

Ecco poi -iasi, per le malattie parassitarie (amebiasi, giardiasi, teniasi…). Con qualche eccezione, perché, per esempio, a candidiasi si preferisce candidosi. (Anche la psoriasi, pur avendo il medesimo suffisso, non è una malattia parassitaria, ma un’affezione cutanea cronica non contagiosa.)

A concorrere alla denominazione delle malattie si trovano non solo suffissi, ma anche prefissi: è il caso di iper- e ipo- con i rispettivi significati di “al di sopra” e “al di sotto”. Si pensi a ipertensione/ipotensione, iperglicemia/ipoglicemia, ipertiroidismo/ipotiroidismo e moltissimi altri, anche se – va detto – questi prefissi stanno più a indicare una condizione piuttosto che una malattia.

Per indicare alterazioni di funzione si usa dis- (disuria, dispepsia…), mentre per indicare privazione an- (anemia, atrofia…).

Mi sa che anche questo secondo articolo non conclude il tema “da dove vengono i nomi delle malattie”, me ne occorrerà un altro, ma nel prossimo, vi prometto, cercheremo di divertirci di più.

Eponimi in medicina

In medicina si fa (e, ancor più, si è fatto) un ampio uso degli eponimi. Banalmente, questi sono denominazioni fondate sul nome di uno scienziato; più precisamente (il solito insostituibile Serianni) “unità polirematiche in cui un termine generico è accompagnato dal nome di uno scienziato”.1

Il termine deriva dal greco epónymos, cioè sopra (epi-) il nome (ónyma).

Sono moltissime le malattie eponimiche (malattia di Alzheimer, malattia di Parkinson, sindrome di Ménière…), ma eponimi si hanno in abbondanza in anatomia (ansa di Henle, organo spirale di Corti…), istologia (apparato di Golgi…), semeiotica (segno di Babinsky…), metodologia diagnostica (la conta di Addis…), chirurgia (le varie metodiche secondo…) e in altri contesti ancora.

Molto spesso, specie per la denominazione delle malattie, gli eponimi venivano usati quando queste non erano sufficientemente chiare ed erano quindi il solo possibile criterio di inquadramento nosologico.2 E, a riprova di ciò, una volta che la malattia veniva meglio identificata la sua denominazione eponimica veniva meno (anemia di Cooley, ora beta-talassemia major; sindrome di Down, cui oggi si tende a preferire trisomia 21…). Come dire che il progresso delle conoscenze ha oscurato l’uso di alcuni eponimi e fatto giustizia di altri.2 Certo, con le malattie eponimiche si può percorrere la storia e l’evoluzione della medicina, e l’argomento è pertanto affascinante.

Vi sono anche sostantivi derivati da un nome proprio (termini “deonomastici”), come le dita ippocratiche (o ippocratismo digitale), la röntgenterapia (da W. C. Röntgen), lo schwannoma (neurinoma, da T. Schwann).1

In alcune occasioni, il nome che accompagna il termine generico non è di uno scienziato, ma viene dalla letteratura. Ecco allora la sindrome di Pickwick (dal Circolo Pickwick, di Dickens) per definire le caratteristiche cliniche di obesità, sonnolenza diurna, apnee notturne, proprie del protagonista del romanzo. Oppure il bovarismo (per definire quell’atteggiamento psicologico in cui si confondono fantasie e realtà) che prende la sua origine dall’opera Madame Bovary, di Gustave Flaubert. Oppure, la sindrome di Stendhal, che consiste in un’affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza: lo scrittore francese Stendhal ne fu personalmente colpito durante il suo Grand Tour effettuato nel 1817 (“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”).

Per oggi ci fermiamo qui, ma con il prossimo articolo torneremo sull’origine dei nomi delle malattie, perché il tema è davvero molto interessante. Almeno per me… e per voi, lettori?

  1. Serianni Luca. Un treno di sintomi. I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Milano, Garzanti, 2005.
  2. Bonessa Camillo. Dizionario delle malattie eponimiche. Milano, Raffaello Cortina Editore, 1999. (Nell’immagine dell’articolo, un dettaglio della copertina.)

Malattia: quanti termini ci sono per definirla?

Malattia, morbo, patologia, sindrome, disturbo, e – ahimè – disordine…

Quanti termini ci sono per definire una condizione patologica?

La malattia è uno stato patologico causato dall’alterazione della funzione di uno o più organi, apparati o tessuti, di solito a carattere transitorio e reversibile. Si verifica quando fattori diversi, estrinseci o intrinseci, alterano le normali condizioni dell’individuo (in termini biologici, potremmo dire quando viene meno l’equilibrio omeostatico). La malattia, inoltre, è caratterizzata da manifestazioni di riscontro soggettivo e obiettivo che ne costituiscono la sintomatologia.

Morbo è equivalente di malattia, ma è un termine arcaico, di uso sempre meno frequente, anche perché veniva usato per indicare delle malattie poco conosciute, complesse, spesso incurabili e a decorso fatale; tutti elementi che la medicina moderna è riuscita per lo più a circoscrivere. Infatti, anche in quei pochi casi in cui ancora lo si sente usare, si preferisce di gran lunga l’impiego di “malattia” (è così per la malattia di Alzheimer, la malattia di Parkinson, la malattia di Crohn e altre ancora che sino a qualche tempo fa erano definite come morbo).

Con il termine patologia, non dimentichiamolo, si designa propriamente la branca della scienza medica che studia le cause e l’evoluzione delle malattie, e solo in senso esteso il termine viene usato anche con il significato generico di malattia.

Sindrome, invece, identifica un insieme di segni e sintomi considerato in sé, e che potrebbe essere manifestazione di una malattia o di malattie diverse. Si tratta quindi di un termine che si riferisce a un quadro clinico spesso difficilmente riconducibile a una causa univoca, a una condizione patologica a eziologia sconosciuta o varia o con caratteristiche non ben definite.

Infine, con il termine disturbo si designa un’alterazione nella funzionalità dell’organismo umano o di qualche sua parte, anche se per lo più di carattere psichico (disturbo bipolare, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo del comportamento alimentare… ).

Come si vede non ho considerato il termine disordine che, invece, purtroppo, impera, e che è un calco semantico dall’inglese disorder e che, vista la quantità di parole a disposizione nella nostra lingua, proprio non ha ragione di essere.