Gli studi clinici

Provare anche solo a inquadrare gli studi clinici è impresa ardua, perché il materiale a disposizione, la letteratura in merito, sono sterminati. Fatta queste debita premessa, ci proviamo comunque, ovviamente con l’attenzione ai soli aspetti terminologici, come nella natura di questo blog, con l’intenzione di aiutare il lettore a conoscere la definizione di ogni tipo di studio e saper distinguere tra essi.

Dunque, uno studio clinico (o trial clinico) è un tipo di ricerca condotta sul genere umano per raccogliere dati sulla sicurezza e sull’efficacia di nuovi farmaci o  nuovi dispositivi. I potenziali benefici di un nuovo farmaco, o dispositivo (ma anche di un tipo di chirurgia o di assistenza medica), oltre che sicuri ed efficaci, sono in un rapporto favorevole rispetto ai precedenti? La nuova procedura diagnostica o terapeutica è migliore rispetto a quelle utilizzate correntemente? Queste le domande tipo cui lo studio clinico deve rispondere.

Essi possono essere classificati, in base alla metodologia utilizzata, in due grandi categorie.

Gli studi sperimentali, che valutano gli effetti di un nuovo trattamento su un gruppo di soggetti o in una popolazione. Sostanzialmente vogliono rispondere alla domanda “questa nuova procedura diagnostica o terapeutica funziona?”. Comprendono:

  • trial sul campo
    • trial di interventi e comunità
    • trial controllati randomizzati (sperimentazioni cliniche).

Gli studi osservazionali, il cui fine è descrivere le cause e le conseguenze delle malattie, identificare i fattori che ne modificano l’andamento, valutare l’impatto di malattie o condizioni sulla qualità della vita; in altre parole suggerire relazioni tra i fattori per determinare un rapporto causa-effetto. Si distinguono in analitici e descrittivi.

Quelli analitici comprendono i seguenti.

  • Studi longitudinali, cosiddetti perché si realizzano con dati ottenuti nel susseguirsi del tempo. Comprendono:
    • Studi di coorte: uno studio che studia una coorte, ovvero un gruppo di persone con una caratteristica comune che sperimenta un dato evento in un periodo di tempo selezionato. Possono essere prospettici, se seguono l’evoluzione nel tempo dei dati riferiti al momento corrente, o retrospettivi, se utilizzano dati del passato.
    • Studi caso-controllo: uno studio utilizzato per identificare i fattori che possono contribuire al realizzarsi di una data condizione clinica (possono essere solo retrospettivi).
  • Studi trasversali: si basano sull’osservazione di un fenomeno o di un evento clinico in un determinato periodo di tempo («si taglia trasversalmente», da cui il nome).
  • Studi di correlazione geografica o temporale: studi di mortalità per una certa malattia in due o più territori dove la mortalità è messa in rapporto con la diversa esposizione/distribuzione di uno o più fattori di rischio.

Quelli descrittivi comprendono:

  • serie di casi
  • studi ecologici
  • a distribuzione spaziale
  • ad andamento temporale.

Quella sopra esposta è, come detto, la classificazione metodologica degli studi clinici, ma vi sono anche altri criteri di classificazione:

  • a seconda del fattore tempo
    • studi longitudinali (retrospettivo e prospettico)
    • studio trasversale;
  • a seconda del gruppo studiato
    • sulla popolazione – studi ecologici o di correlazione
    • sugli individui – comunicazione di un caso (case report), studio di serie di casi, studio trasversale, studio longitudinale;
  • a seconda dello scopo (quest’ultima è la classificazione fornita dal National Institutes of Health [NIH])
    • trial preventivi
    • trial di screening
    • trial diagnostici
    • trial terapeutici
    • trial sulla qualità della vita
    • trial a uso compassionevole.

Il modello di riferimento degli studi sperimentali è lo studio clinico controllato randomizzato. Quest’ultimo termine significa che ogni soggetto inserito nello studio è assegnato a ricevere in modo casuale (random, appunto) uno fra i trattamenti in studio (per es., farmaco A o farmaco B). Lo scopo della randomizzazione è eliminare interferenze di selezione dei trattamenti, ottenere cioè gruppi di soggetti simili, affinché qualsiasi differenza vista alla fine tra i gruppi possa essere attribuita esclusivamente al trattamento e non a errori sistematici o al caso. Per evitare influenze sullo studio il paziente non deve sapere che farmaco assume, e in questo caso lo studio è definito in cieco; quando anche i medici non sanno quale trattamento è somministrato a ciascun soggetto, si parla di studio in doppio cieco; e in triplo cieco quando ne sono all’oscuro anche coloro che fanno l’analisi dei dati. Ultimamente, poiché il termine “cieco” può sembrare inopportuno verso i non vedenti, si preferisce il termine mascheramento (rispettivamente, singolo, doppio o triplo).

Fonte:

  • De Riu S, Casagrande ML, Da Porto A. Come pianificare uno studio clinico. Il Giornale di AMD 2013, 16:377-383.
  • Mosconi P. Studi clinici: quanti tipi esistono e a che cosa servono? Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. 18 ottobre 2020.
  • Wikipedia: studio clinico (https://it.wikipedia.org/wiki/Studio_clinico).

Quando le unità di misura le fa il corpo umano

In un precedente articolo ci siamo occupati delle unità di misura. Ci torniamo sopra con un po’ di storia, cosa sempre interessante, tanto più che qui diremo di unità di misura che facevano riferimento al corpo umano e sue parti. Il dizionario della lingua italiana Zingarelli, nella “parola del giorno”, le ha raccolte nel corso di un paio di settimane. Vediamole insieme.

  • Auna – antica misura di lunghezza usata in Francia e in Belgio prima dell’adozione del sistema metrico decimale (aune, dal francone alina, sta per “avambraccio”). 
  • Bema – nell’antica Grecia, unità di misura di lunghezza equivalente a 0,74 metri (dal greco bêma, che significa “passo”, dal verbo báinein, “camminare”). 
  • Braccio – antica unità di misura lineare, specie per stoffe, il cui valore oscillava tra 0,58 e 0,70 metri.
  • Cubito – antica unità di misura di lunghezza (dal latino cŭbitu(m), “gomito”).
  • Dito – misura, quantità e simili corrispondente circa alla larghezza di un dito.
  • Palmo – distanza compresa tra le estremità del pollice e del mignolo della mano aperta e distesa, ma anche antica misura di lunghezza corrispondente all’incirca a un quarto del metro, cioè a 25 cm.
  • Passetto – antica unità di misura di lunghezza italiana, pari a un piccolo passo.
  • Passo – antica unità di misura lineare, variabile, nel tempo e nel luogo, da circa 1,50 m a 2 m, ma anche spazio (di circa 60-70 cm) percorribile con un passo.
  • Pertica – misura agraria romana di lunghezza, pari a circa dieci piedi.
  • Piede – unità di misura di lunghezza inglese corrispondente a 12 pollici o a un terzo di yard, ed equivalente a 30,48 cm.
  • Pollice – misura di lunghezza inglese, pari a 0,914 metri.
  • Spanna – lunghezza della mano aperta e distesa, dalla estremità del mignolo a quella del pollice.
  • Tesa – misura di lunghezza pari all’apertura delle braccia.

Nell’immagine, strumenti di misura nel Rinascimento (Lastra pubblica di misurazione in vigore nella città di Senigallia, 1490).

Come si scrivono batteri e virus?

Proviamo a fare chiarezza e a dare qualche regola circa le modalità di scrittura di batteri e virus, argomento piuttosto controverso.

Per i nomi dei batteri si riportano solitamente il genere (per es., Escherichia) e la specie (per es., coli). Questi nomi scientifici, in latino, vanno composti in corsivo con l’iniziale del primo termine (il genere) in maiuscolo, mentre il nome della specie viene composto in minuscolo (per es., Escherichia coli).

Quando si fa riferimento alla famiglia cui essi appartengono (per es., Enterobacteriaceae), questa – per convenzione – viene composta in tondo, anche se trattasi di nome latino. Idem per ordine, classe, phylum, regno e dominio.

Dopo la prima citazione, all’interno di uno stesso articolo o capitolo, si può contrarre il primo termine con la sola iniziale puntata (per es., E. coli). Attenzione, tuttavia, ai generi che iniziano con la “S” perché essendo molti (si pensi solo a Streptococcus e a Staphylococcus) l’uso della sola iniziale potrebbe creare confusioni, pertanto vanno abbreviati solo quando si è certi che non vi sono ambiguità.

Se non si usa il termine scientifico latino, ma la forma italianizzata (per es., clamidia e non Chlamydia o streptococco e non Streptococcus), ovviamente non si farà più ricorso né al corsivo né all’iniziale maiuscola.

Spesso il genere del batterio è seguito dall’abbreviazione “sp.” o “spp.” (l’abbreviazione al singolare viene spesso usata dopo il nome del genere quando non si riconosce la specie precisa, mentre il plurale lo si utilizza per riferirsi a tutte le specie appartenenti allo stesso genere) e che va composta anch’essa in tondo.

Circa l’uso dell’articolo davanti al nome dei batteri, è sostanzialmente una questione di stile di scrittura. Normalmente, le norme redazionali lo sconsigliano per i nomi latini delle specie equiparandoli a nomi propri. Tuttavia, in un contesto discorsivo, è accettabile (per es., l’E. coli), ma se il nome del batterio è seguito da “spp.”, l’articolo non va usato. Gli inglesi non lo usano mai.

Quanto ai virus, di solito per questi si usano i nomi comuni (per es., citomegalovirus, papillomavirus, herpesvirus,…) per cui non si fa ricorso al corsivo, che invece ovviamente andrà usato se ne si riporta il nome scientifico.

Immagine da: Di Phoebus87 di Wikipedia in inglese, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3072531

Taglio cesareo o parto cesareo?

Un affezionato lettore del blog mi chiede se sia più corretto usare “taglio cesareo” o “parto cesareo”.

Esistono entrambe le forme e sono accettate entrambe, anche se la mia preferenza, per le ragioni di cui dirò, è per “taglio cesareo”, anche se una ricerca su Google ha dato ben 2.050.000 occorrenze per “parto cesareo” contro le 706.000 di “taglio cesareo”.

La storia del taglio cesareo è antichissima. Si ha una prima testimonianza risalente addirittura al 715 a.C. quando una legge romana (la “Lex Cesarea”) prevedeva l’estrazione del feto dalle donne morte durante il travaglio di parto. Questo veniva fatto con lo scopo di salvare il bambino (cosa che peraltro succedeva di rado), perché era vietato seppellire una donna gravida prima dell’estrazione del feto (e in seguito anche per poterlo battezzare). Ebbene, quella “Lex Cesarea” prende il nome  dal verbo latino caedo, caedis, cesi, caesus sumcaedere  cioè “tagliare”. Questa una prima ragione per cui preferire “taglio” a “parto”, e cioè l’origine etimologica. Certo, alcuni potrebbero obiettare che visto che “cesareo” sta già per “taglio” dire “taglio cesareo” è una ripetizione…

I bambini che venivano estratti post-mortem venivano chiamati cesones o césares; è infondata invece l’origine del termine in relazione alla nascita di Giulio Cesare, semplicemente per il fatto che sua madre (Aurelia Cotta) morì anni dopo aver dato alla luce il figlio. Piuttosto è il cognomen “Caesar” che potrebbe derivare dal fatto che un antenato di Cesare nacque dall’utero tagliato (lo racconta Plinio il Vecchio che a proposito di Manlio il Cartaginese e Scipione l’Africano dice che erano chiamati “Cesari” perché estratti dal ventre tagliato della loro madre).

Interessante, poi, sapere che San Cesareo di Terracina è il protettore del parto cesareo. Costui (un giovane diacono martirizzato a Terracina all’inizio del II secolo d.C.), è appunto il santo protettore dei parti cesarei in virtù del suo nome, questo sì legato al grande condottiero romano (il nome Cesareo significa “devoto a Cesare”).

Insomma, per tornare alla domanda del lettore, direi che il parto cesareo è quello che avviene attraverso un taglio cesareo; quindi, darei la preferenza alla correttezza di quest’ultimo termine. Anche la comunità scientifica credo che per la maggioranza la pensi così: riprova ne è che la AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) parla di “linee guida AOGOI taglio cesareo” (qui).

Termini di posizione e di movimento

Partendo dalla posizione anatomica di riferimento (posizione eretta, talloni uniti, braccia distese e palmi delle mani rivolti in avanti) la posizione di ogni parte del corpo viene definita riferendosi a tre piani ortogonali: sagittali, trasversi e frontali.

Il piano sagittale mediano(o di simmetria) è un piano verticale con orientamento antero-posteriore passante per la metà del corpo. Rispetto ad esso, pertanto, si identificano un lato destro e uno sinistro. Da qui, i termini mediale (la parte più vicina al piano di riferimento) e laterale (quella più lontana). Per gli arti si usano i termini prossimale e distale, cioè la posizione di un determinato punto rispetto all’articolazione di attacco al tronco (la scapolo-omerale per l’arto superiore e la coxo-femorale per l’arto inferiore). Prossimale è il punto dell’arto più vicino all’articolazione e distale quello più lontano.

A destra e sinistra del piano mediano possono essere tracciati infiniti piani sagittali paramediani.

I piani trasversali (o assiali), ortogonali al piano sagittale mediano, sono infiniti piani orizzontali che attraversano il corpo a varia altezza. Rispetto a questo piano di riferimento  ogni parte del corpo può essere definita come superiore (o craniale) o inferiore (o caudale).

I piani frontali (o coronali) sono piani verticali, perpendicolari ai piani trasversi. Rispetto ad essi ogni parte del corpo può essere definita come anteriore (o ventrale) o posteriore (o dorsale).

Dall’incrocio dei piani di riferimento di cui sopra, si creano tre assi, che sono il fulcro dei principali movimenti del corpo.

L’asse sagittale, rispetto al quale i movimenti vengono definiti di inclinazione laterale del rachide e di adduzione/abduzione degli arti.

L’asse trasversale, rispetto al quale i movimenti vengono definiti di flessione/estensione.

L’asse longitudinale, rispetto al quale si hanno i movimenti di torsione del rachide,  di rotazione degli arti, di pronazione/supinazione dell’avambraccio e della mano.

Terminologia dei disturbi neurologici

I termini che definiscono molti disturbi neurologici sono – dal punto di vista linguistico ed etimologico – affascinanti. Scopriamoli insieme, partendo da quelli preceduti dalla “a” privativa (nel greco, la lettera alfa usata come prefisso attribuisce al termine significato di privazione).

abasia [a-; gr. bas(is) = marcia; -ia] Impossibilità, parziale o totale, di camminare per incoordinazione dei movimenti. Può essere causata da disturbi psichici (per esempio, isterismo), da patologia cerebellare o vestibolare in assenza di anestesia o paralisi muscolare. Coesiste spesso con l’incapacità di stazione eretta (astasia).

abulia [a-; gr. boül(ē) = volontà; -ia] Perdita della iniziativa motoria e della volontà di agire. Il soggetto vive in uno stato di indecisione assoluta e di dubbi penosi, fino a giungere a una condizione di inerzia e di immobilità pressoché totali.

acalculia [a-; lat. calcul(are) = calcolare; -ia] Incapacità a eseguire anche i più elementari calcoli matematici.

acinesia [a-; gr. kinēs(is) = movimento; -ia] Povertà di ogni movimento che viene iniziato con notevole lentezza. Si riscontra nel morbo di Parkinson in cui l’individuo inizia con difficoltà i movimenti, per esempio la deambulazione che, in un secondo momento, diviene più spedita.

adiadococinesia [a-; gr. diadochos = successivo; kinēs(is) = movimento; -ia] Impossibilità o ridotta capacità di compiere in rapida successione movimenti opposti quali pronazione e supinazione degli arti superiori. Si tratta di una incoordinazione motoria associata a danno della funzionalità cerebellare.

afasia [a-; gr. fas(is) = parola; -ia] Perdita o riduzione della capacità di esprimersi mediante il linguaggio parlato o scritto, associata ad anomalie nella comprensione del linguaggio parlato e della lettura. È conseguente a una lesione circoscritta dei centri del linguaggio situati nella corteccia cerebrale. Si distinguono due forme classiche di afasia: l’afasia motoria di Broca e l’afasia sensoriale di Wernicke.

ageusia [a-; gr. geüs(is) = gusto; -ia] Perdita totale del senso del gusto. Può essere centrale, per emorragie o tumori nei centri gustativi, oppure periferica, per esempio in seguito a distruzione delle papille gustative o a processi che abbiano leso le fibre gustative (diabete, nevriti tossiche o infiammatorie, nefropatie croniche). Esiste inoltre un’ageusia su base funzionale nevrotica.

agnosia [a-; gr. gnōs(is) = conoscenza; -ia] Incapacità di riconoscere le informazioni che giungono ai centri nervosi superiori dai rispettivi organi di senso, sebbene questi siano fisiologicamente e anatomicamente integri. L’agnosia può essere ottica, acustica, tattile (astereognosia), spaziale, ecc.

agrafia [a-; gr. grafia = scrittura] Incapacità di esprimere il pensiero con la scrittura. Di solito è un sintomo dell’afasia (di Broca o di Wernicke) oppure è una forma di aprassia. L’agrafia pura è estremamente rara; se associata ad acalculia e ad agnosia digitale costituisce la sindrome di Gerstmann. SIN. afasia motoria grafica.

alalia [a-; gr. lal(ein) = parlare; -ia] Difficoltà nell’articolare le parole per disturbi organici o funzionali degli organi vocali.

alessia [a-; gr. lex(is) = il parlare; -ia] afasia visiva (incapacità di comprendere il significato delle parole scritte).

amimia [a-; gr. mim(os) = mimo; -ia] Incapacità più o meno completa di accompagnare con atteggiamenti della muscolatura facciale o con gesti uno stato d’animo. È una caratteristica del morbo di Parkinson e della miastenia. Nella amimia recettiva vi è incapacità nella comprensione del significato dei gesti. SIN. afasia gestuale.

amnesia [a-; gr. mnēs(is) = ricordo; -ia] Perdita totale o parziale della memoria, congenita o acquisita, transitoria o permanente, dovuta a traumatismi, lesioni cerebrali o a vari tipi di disfunzioni organiche a carico del cervello.

amusia [gr. amoüsia = mancanza di armonia] Incapacità di riconoscere le varie note e suoni musicali. È in genere conseguente a lesione cerebrale.

anomia [a-; lat. nom(en) = nome; -ia] Incapacità di assegnare il nome corrispondente a un oggetto che tuttavia è stato correttamente riconosciuto. È un tipo di afasia (afasia amnestica).

anosognosia [a-; gr. nosos = malattia; gnōs(is) = conoscenza; -ia] Disfunzione della corteccia associativa parietale che si manifesta con il convinto disconoscimento di avere una malattia.

apatia [a-; gr. pat(hos) = affezione; -ia] Stato psicologico di indifferenza verso l’ambiente e i suoi stimoli con assenza o scarsità di risposte affettive o di emozioni evidenti.

aprassia [a-; gr. prass(ein) = fare; -ia] Incapacità a eseguire un atto volontario e afinalistico nonostante l’integrità degli apparati motori e sensoriali deputati a tale movimento e nonostante l’efficienza dei centri che presiedono alla coordinazione dei movimenti. È generalmente provocata da lesioni dell’emisfero parietale sinistro, talvolta è espressione di un disturbo di ordine psichico associato a un certo grado di demenza (aprassia ideativa).

asimbolia [a-; gr. sumbol(on) = simbolo; -ia] Impossibilità di intendersi in virtù delle parole e dei segni corrispondenti alle idee.

asinergia [a-; sinergia] 1. Alterazione della intensità e della regolare successione dei movimenti elementari che formano un atto volontario. È causata da malattie del cervelletto. 2. Incoordinazione fra più organi o parti corporee che normalmente interagiscono fra loro.

astasia [a-; gr. stas(is) = stazione eretta; -ia] Incapacità di mantenere la stazione eretta in assenza di disturbi della sensibilità o del tono muscolare. È generalmente associata ad abasia. Può indicare una patologia cerebellare, labirintica o psiconevrotica.

astenia [a-; gr. sthen(os) = forza; -ia] Sintomatologia aspecifica caratterizzata da mancanza o perdita della forza muscolare con facile affaticabilità e insufficiente reazione agli stimoli.

astereognosia [a-; stereo-; agnosia] Tipo di agnosia caratterizzata dalla incapacità di riconoscere con la sola palpazione le proprietà fisiche di un oggetto. Generalmente consegue a lesioni, soprattutto tumorali, del lobo parietale. SIN. agnosia tattile, stereoagnosia.

atassia [a-; gr. tax(is) = ordine; -ia] Difetto della coordinazione muscolare con conseguente irregolarità dei movimenti (atassia cinetica) e incapacità di conservare l’equilibrio in posizione statica (atassia statica). È assente qualsiasi lesione paralitica ed è mantenuta la forza muscolare. SIN. dissinergia, atassia muscolare, amiotassia.

atetosi [a-; gr. tith(enai) = porre; -osi] Stato caratterizzato da movimenti di contorsione lenti, involontari, irregolari e continui, soprattutto a carico dei muscoli della faccia, della lingua e delle estremità distali e prossimali degli arti che si accompagnano a lesioni a carico del globo pallido e del talamo. Sono accentuati dalle emozioni, dai movimenti volontari o dal parlare (fenomeno dello straripamento). Si riducono con il riposo e scompaiono nel sonno. Quando sono di breve durata si parla di coreoatetosi.

Le definizioni sono tratte dall’ottimo “Medicina e Biologia – Dizionario enciclopedico di scienze mediche e biologiche e di biotecnologie”, di Delfino, Lanciotti, Liguri, Stefani, pubblicato da Zanichelli.

La Terminologia Anatomica

Muscolo peroniero o muscolo peroneo? Arteria rettale o arteria emorroidale o arteria emorroidaria? Nervo acustico o uditivo? Scissura centrale o scissura di Rolando o solco centrale?

Sono solo alcuni degli infiniti esempi delle varianti in cui troviamo uno stesso termine anatomico nei vari trattati di anatomia disponibili.

Purtroppo, proprio laddove occorrerebbe una terminologia certa, univoca, questa non c’è. In Italia, infatti, una terminologia anatomica ufficiale non c’è, a differenza di altri Paesi. O meglio, esistono fonti ufficiali che consentono di prendere visione di ogni termine anatomico in latino e in inglese, ma i problemi, inevitabilmente, sorgono con la traduzione degli stessi, per cui si assiste alle difformità di cui sopra.

Cerchiamo comunque di offrire qualche riferimento certo: la Terminologia Anatomica (TA) raccoglie la nomenclatura internazionale standard di riferimento nell’ambito dell’anatomia umana. Essa raccoglie indicazioni terminologiche relative a circa 7500 strutture anatomiche umane macroscopiche. È redatta in lingua latina con traduzioni ufficiali in inglese, spagnolo e portoghese (come si vede, manca quella italiana). La prima edizione risale al 1988 quando l’opera sostituì la Nomina Anatomica, lo standard precedente, solo in lingua latina, che dal 1955 era adottato come standard internazionale per i nomi delle parti del corpo umano.

La Terminologia Anatomica si deve al Federative International Committee on Anatomical Terminology (FICAT), un gruppo di esperti creato dalla International Federation of Associations of Anatomists (IFAA); esso era precedentemente conosciuto come Federative Committee on Anatomical Terminology (FCAT). Nel 2011 la TA è stata pubblicata on line su inziativa del Federative International Programme for Anatomical Terminology (FIPAT) ed è sul suo sito (https://fipat.library.dal.ca/) che si possono trovare la terminologia anatomica (seconda edizione, 2019), embriologica, istologica e neuroanatomica; quelle oroanatomica e antropologica sono in via di sviluppo.

Sul sito della FIPAT la TA è divisa in cinque parti: nella prima, l’anatomia generale (come i piani e le linee di riferimento, e le parti del corpo umano); nella seconda, l’apparato muscoloscheletrico; nella terza, gli apparati digerente, respiratorio e genito-urinario; nella quarta, l’apparato cardiovascolare, il sistema endocrino e quello linfatico; nella quinta, l’apparato tegumentario, il sistema nervoso e gli organi di senso. A ciascuna parte corrisponde un pdf in cui si trovano più colonne con il termine latino di partenza (ed eventuali sinonimi), la traduzione inglese (UK e US) e altri sinonimi in lingua inglese: una fonte completa e affascinate, oltre che, naturalmente, utilissima per usare il termine anatomico appropriato.

Come redigere la bibliografia

La bibliografia è una componente fondamentale di ogni testo scientifico, è pertanto  essenziale sapere come redigere correttamente le voci bibliografiche.

Quello che segue è un esempio di voce bibliografica scritta correttamente:

Mantovani A, Sica A, Sozzani S, et al. The chemokine system in diverse forms of macrophage activation and polarization. Trends Immunol. 2004 Dec;25(12):677-86. doi: 10.1016/j.it.2004.09.015. PMID: 15530839 Review.

(Ho scelto come esempio, non a caso, una pubblicazione del professor Alberto Mantovani, l’immunologo italiano più citato al mondo.)

Gli autori: come si vede, si riportano i primi tre, seguiti da “, et al.” Alcuni preferiscono arrivare a sei autori, ma è francamente troppo. Ogni autore compare con il cognome seguito dall’iniziale del nome, non puntata. In caso di più nomi le iniziali saranno accorpate, sempre senza punto.

Il titolo dell’articolo: va riportato per esteso, senza iniziali maiuscole, tranne per la prima parola o per eventuali nomi propri.

Il titolo della rivista: va riportato nella forma indicata dalla National Library of Medicine (www.ncbi.nlm.nih.gov/nlmcatalog/journals). Tranne che per le riviste con un unico nome (per es., Cancer) il titolo è sempre abbreviato (per es., The New England journal of medicine diventa N Engl J Med, il Journal of the American Medical Association diventa JAMA ecc.). Va riportato in tondo e non in corsivo.

Seguono i dati relativi alla pubblicazione: anno, mese, numero/i che identificano l’elemento, intervallo di pagine. Quest’ultimo è di solito nella forma abbreviata (nell’esempio riportato, 677-86), ma è consentito riportare anche la forma estesa (677-686). Si noti l’assenza di spazio tra  i numeri, ma anche in questo caso è consentito metterli (il che è anche più elegante).

Infine il doi e il PMID: il primo (digital object identifier – identificatore di un oggetto digitale) è uno standard che consente l’identificazione duratura e univoca di oggetti di qualsiasi tipo all’interno di una rete digitale, e l’associazione ad essi dei relativi dati di riferimento – i metadati – secondo uno schema strutturato ed estensibile. Il secondo (PubMed Identifier) è un numero unico assegnato a ciascuna citazione su PubMed. Non è indispensabile che questi dati siano sempre presenti nella voce bibliografica, ma certamente la loro indicazione è di grande aiuto per chi utilizzerà quella bibliografia.

Naturalmente, ci sono infinite variabili: quando gli autori sono organizzati come gruppo di ricerca o come editor, quando si tratta di un supplemento (nel qual caso si userà la forma “Suppl” seguita dal numero dello stesso e dall’intervallo di pagine preceduto da “S” [per es., Suppl 2:S93-9]), o di una parte (per es., Pt 2), oppure quando si precisa la tipologia della pubblicazione (editoriale, lettera, abstract…), o il classico “Epub” seguito da data che identifica un articolo pubblicato on line prima che a mezzo stampa (per es., Epub 2002 Jul 5).

E poi, naturalmente, i libri, i volumi, la cui citazione segue regole diverse, per esempio quella che segue è la citazione dell’ultima edizione del mitico Harrison’s:

Jameson JL, Fauci AS, Kasper DL, Hauser SL, Longo DL, Loscalzo J, editors. Harrison’s Principles of internal medicine. 20th edition. New York: Mc Graw Hill; 2018.

Si noti la sequenza autori (in questo caso editor), titolo del volume, numero edizione, città sede dell’editore, editore, anno. Si faccia caso anche alla punteggiatura (due punti dopo la città, punto e virgola dopo l’editore).

Infine, visto che nel precedente articolo ci siamo occupati di numeri, come vanno trattati i numeri che nel testo rimandano alla bibliografia? Vanno composti, preferibilmente, ad apice; in alternativa, nel corpo testo, tra parentesi tonde o quadre. Qualora vi siano due numeri che rimandano ad altrettante voci bibliografiche non inserire uno spazio tra questi, ma solo la virgola separatrice; se invece i numeri rimandano a un intervallo di voci bibliografiche, usare il trattino (per es., 1-4 [che rimanda alle voci bibliografiche da 1 a 4]). È preferibile posizionarli dopo un eventuale segno di punteggiatura, senza spazio.

PS: naturalmente qualcuno porrà delle obiezioni a quanto sopra, è comprensibile a due condizioni: la prima liberarsi da consuetudini errate purtroppo molto radicate, la seconda rispettare comunque l’uniformità. Ciò che è inaccettabile in uno stesso testo è trovare voci bibliografiche redatte con criteri diversi: se per esempio usate sino a sei autori che siano sempre sino a  sei, e non tre; se usate l’intervallo esteso per i numeri di pagina, che non ci sia anche quello abbreviato; se usate gli spazi tra i numeri che identificano una pubblicazione che non ci siano poi voci senza detti spazi.

Prefissi, suffissi, primi e secondi elementi nella formazione dei termini medici

In un precedente articolo ci siamo già occupati dei prefissi e suffissi nella costruzione dei termini medici.

Ora ci torniamo sopra perché il blog si arricchisce di una nuova pagina (direi monumentale, non fosse che per le dimensioni e il lavoro che ci sta dietro, che oltretutto mi ha allontanato per un po’ dallo scrivere nuovi articoli). La trovate in Home page come “Prefissi e suffissi”. In realtà, è molto di più di prefissi e suffissi. Vediamo perché.

Prefisso significa “particella che, anteposta alla radice di una parola, ne modifica il significato” (per es., de-, in-, pro-), mentre nel suffisso questa particella è posposta (per es., -aio, -are, -eo). Ma occorre distinguere prefissi e suffissi dai prefissoidi e suffissoidi. Il prefissoide è “l’elemento formativo iniziale di una parola composta, derivato da una parola di significato compiuto” (per es., auto-, elettro-, foto-, tele-), ed è sinonimo di primo elemento.Il suffissoide, invece, è “l’elemento formativo terminale di una parola composta, derivato da una parola di significato compiuto” (per es., -grafia, -mania, -teca), ed è sinonimo di secondo elemento.

Ebbene, nella nuova pagina troverete centinaia di prefissi, suffissi, primi e secondi elementi che vanno a formare i termini medici. Per ognuno di essi è indicata l’etimologia, dal greco o dal latino, e – ovviamente – il significato.

È una pagina “strategica”, perché conoscere la composizione dei termini medici, la loro etimologia ci permette di maneggiarli e destreggiarsi meglio con essi, perché conoscere cosa c’è dietro una parola, sapere da dove deriva, come si è formata, significa impadronirsi della parola, usarla con consapevolezza.

Naturalmente, se doveste trovare qualche omissione o qualche imprecisione, segnalatela: un blog è fatto per arricchirsi con il concorso dei lettori.

Terapia, trattamento, cura

Terapia, trattamento, cura: tre termini apparentemente sinonimi, ma in realtà con molte sfumature tra loro.

La terapia, in medicina, è lo studio e l’attuazione concreta dei mezzi e dei metodi per portare alla guarigione delle malattie; obiettivo di una terapia è dunque  riportare uno stato patologico a uno stato sano, o almeno alleviarne i sintomi, renderli più sopportabili.

Trattamento è un termine con un significato più esteso, intendendosi con esso l’applicazione di determinati metodi e processi, o azione di qualsiasi genere e natura (fisica, chimica, materiale, ecc.) a cui si sottopone un organismo o parte di questo, per conseguire determinati effetti. Ha più a che fare con una gestione complessiva. “Trattamento dei tumori”, giusto per fare un esempio, sta a indicare non tanto e non solo la terapia, ma l’approccio globale al problema.

E la cura? Cura, in medicina, è l’insieme delle terapie e dei medicamenti usati per il trattamento di una malattia.

Tuttavia, queste definizioni mi lasciavano comunque un poco insoddisfatto, con questi continui rimandi da un termine all’altro, ed è così che ho pensato di consultare il Dizionario analogico della lingua italiana (nella fattispecie quello di Feroldi, Dal Pra, pubblicato da Zanichelli). Consultare un dizionario analogico vi assicuro che, per chi ama la lingua e le parole, è un’avventura meravigliosa.

Ebbene, a proposito di terapia trovo un elenco vastissimo: terapia sintomatica, farmacologica, ormonale, oncologica, radiante, d’urto, intensiva, riabilitativa… Naturalmente anche in termini composti: farmacoterapia, ormonoterapia, oncoterapia, chemioterapia, radioterapia, ossigenoterapia, ozonoterapia, aerosolterapia, elioterapia, fototerapia, vaccinoterapia, e – credetemi – moltissime altre (provare per credere). Poi, naturalmente, c’è la terapia del dolore, e le terapie palliative. Poi la fisioterapia e le terapie fisiche, con  la chinesiterapia, la chiroterapia, la massoterapia… Quindi la terapia del sonno, ma anche la terapia convulsivante e quella elettroconvulsivante. E, in ambito psicologico, tutte le psicoterapie, con la terapia di gruppo, la terapia di coppia ecc. Vi assicuro, quello che vi ho riportato è un elenco ridottissimo rispetto a quello disponibile. C’è da perdersi…  

Ma, sempre a proposito di meravigliose avventure nei dizionari, alla voce “cura”, sullo Zingarelli, c’è una perla. È tra le “definizioni d’autore”, ed è affidata, per questa voce, alla dottoressa Emanuela Palmerini. Ecco che cos’è la cura, come meglio non la si può definire:

Cura è una parola molto bella.
Cura è farsi carico dei bisogni di un altro: è un processo dinamico tra persona e persona, medico e paziente.
Cura è ascolto e tempo: una terapia ha meno valore se non abbiamo tempo per un colloquio con il paziente.
Cura è professionalità: lavorare con scienza, coscienza e dedizione.
Cura è gentilezza: un gesto semplice, come un saluto al mattino.
Cura è amore per sé: un po’ di bellezza nella nostra giornata.
Cura è scelta: scegliere di porre un altro al centro delle nostre azioni.
Cura è la rivoluzione delle nostre priorità.
Cura è possibile.

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Nell’immagine: Wolfgang Heimbach – Il malato, metà del XVII secolo. Amburgo, Hamburger Kunsthalle.
Nel volume Viaggio intorno al  corpo, della collana Dizionari d’Arte, pubblicata da Electa, a cura di Giorgio Bordin, Marco Bussagli e Laura Polo D’Ambrosio, a proposito di questo quadro si legge: “Il piccolo quadro, che si presenta come una tranquilla realtà domestica, ha certamente significati allegorici e simbolici […]. Cogliendo gli aspetti quotidiani della vita borghese si vuole fare meditare sulla condizione della malattia e sull’importanza del prendersi cura dell’altro quale gesto non scontato di carità familiare”. Il malato risulta infatti “accudito dalle amorevoli cure della moglie e riceve l’affettuoso saluto della piccola figlia, mentre la domestica cambia le lenzuola del letto”.