La classificazione delle malattie

Se per molte malattie sono ancora in uso espressioni popolari, per altre non si riesce ad abbandonare nella loro denominazione l’origine latina, come per l’angina pectoris (che sta per ischemia miocardica) o la claudicatio intermittens (lombosciatalgia bilaterale, ma anche – e torniamo a sopra – mal delle vetrine, perché la malattia costringe il malcapitato che sta passeggiando a fermarsi davanti alle vetrine dei negozi per il dolore e la difficoltà a procedere).

Vi sono poi molte malattie che sono note con la loro sigla: è il caso dell’AIDS che difficilmente viene chiamata per esteso (sindrome da immunodeficienza acquisita), ma appunto con l’acronimo derivato dall’inglese Acquired Immune Deficiency Syndrome. Talvolta l’abbreviazione è indispensabile: come potremmo definire la CADASIL? Forse “arteriopatia cerebrale autosomica dominante con infarti sottocorticali e leucoencefalopatia” (dall’inglese Cerebral Autosomal Dominant Arteriopathy with Subcortical Infarcts and Leukoencephalopathy)?

Sigle ancora più ermetiche sono Ca e K per definire un tumore, in uso tra i medici o per “oscurare” il male al paziente.

In definitiva, come destreggiarsi in questo labirinto di denominazioni? Per fortuna c’è la Classificazione Internazionale delle Malattie (per l’esattezza Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie e dei Problemi Sanitari Correlati): siamo giunti alla decima edizione (International Classification on Diseases, ICD-10), approvata nel 1990 durate la 43° Assemblea mondiale della sanità (WHA). È redatta in inglese e tradotta nelle altre cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (arabo, francese, cinese, russo e spagnolo) e in altre 36 lingue tra cui l’italiano. È sempre l’OMS che, dal 1996, ne cura l’aggiornamento. Esiste anche un’undicesima edizione, presentata nel 2018, ma non ancora entrata in vigore. Suddivide le malattie in capitoli e sezioni (Capitolo I, da A00-B99, Malattie infettive e parassitarie; Capitolo II, da C00 a D48, Neoplasie; Capitolo III, da D50 a D89, Malattie del sangue e del sistema immunitario…).

La Classificazione Internazionale delle Malattie viene pubblicata in Italia a cura dell’ISTAT e la potete trovare qui: https://www.istat.it/it/files//2011/01/malattie.pdf

Espressioni comuni per definire le malattie

Nei due precedenti articoli abbiamo visto le malattie eponimiche e poi i molti suffissi e prefissi che concorrono a formare i termini con cui si definiscono le malattie. Qui ci occuperemo invece delle espressioni comuni per denominarle, un altro classico caso di “distanza” tra il linguaggio popolare e quello medico, specialistico.

Alcune di queste espressioni comuni hanno l’indubbio vantaggio di rimandare con evidenza alla caratteristica principe del disturbo: è il caso, solo per fare alcuni esempi, del gomito del tennista, del fuoco di sant’Antonio, del labbro leporino o del colpo della strega  (i cui corrispettivi sono l’epicondilite laterale, l’herpes zoster, la cheiloschisi o labioschisi e la lombalgia/dorsalgia).

Altre vanno scomparendo, come il ginocchio della lavandaia, anche perché per fortuna le donne non si inginocchiano più sulla dura pietra dei lavatoi. Però la borsite prepatellare resta, seppure per altre cause.

Tralasciamo i modi di dire che appartengono ad altre epoche, come il mal della pietra (con cui si intendeva la calcolosi o litiasi renale) e l’idropisia (oggi anasarca – edema massiccio e diffuso, sottocutaneo, dovuto all’effusione di liquido nello spazio extracellulare) perché altrimenti non ne veniamo più fuori e andremmo a occuparci di storia della medicina.

Però molte espressioni gergali restano, eccome. Ecco così che molti dicono “ho la cervicale” (ma anche “ho il torcicollo”) oppure “ho la sciatica”: certo queste espressioni sono improprie, ma sarebbe ingeneroso chiedere loro di dire cervicalgia e sciatalgia.

Ci sono poi gli orecchioni per la parotite, la tosse asinina (o canina, o convulsa) per la pertosse. E, a proposito delle malattie dell’infanzia, se una mamma dice che il suo bimbo ha l’acetone, beh, non possiamo pretendere che dica acetonuria o che si esprima dicendo che il piccolo ha un’alterazione dei corpi chetonici.

Curioso anche l’uso del termine popolare costipazione, che per alcuni significa raffreddore o affezione ai bronchi, per altri stitichezza (che poi, va da sé, è la stipsi).

Naturalmente c’è il classico esaurimento nervoso che un è nonsenso, ma che forse sopravvive perché incerto è l’equivalente: nevrastenia? distonia neurovegetativa? nevrosi d’ansia? depressione?
E la debolezza, per astenia.

E infine non si può tacere il brutto male per tumore, un’espressione così infelice, per non dire male incurabile, anche perché sottintende l’assenza di speranza quando invece sappiamo benissimo che oggi ci sono trattamenti risolutivi per la maggior parte dei tumori. Eppure, quante volte lo si legge in un quotidiano o lo si sente in un telegiornale…

Prometto, la prossima volta concludo… ho ancora alcune chicche da raccontarvi sui termini che si usano per definire le malattie.

Malattia: quanti termini ci sono per definirla?

Malattia, morbo, patologia, sindrome, disturbo, e – ahimè – disordine…

Quanti termini ci sono per definire una condizione patologica?

La malattia è uno stato patologico causato dall’alterazione della funzione di uno o più organi, apparati o tessuti, di solito a carattere transitorio e reversibile. Si verifica quando fattori diversi, estrinseci o intrinseci, alterano le normali condizioni dell’individuo (in termini biologici, potremmo dire quando viene meno l’equilibrio omeostatico). La malattia, inoltre, è caratterizzata da manifestazioni di riscontro soggettivo e obiettivo che ne costituiscono la sintomatologia.

Morbo è equivalente di malattia, ma è un termine arcaico, di uso sempre meno frequente, anche perché veniva usato per indicare delle malattie poco conosciute, complesse, spesso incurabili e a decorso fatale; tutti elementi che la medicina moderna è riuscita per lo più a circoscrivere. Infatti, anche in quei pochi casi in cui ancora lo si sente usare, si preferisce di gran lunga l’impiego di “malattia” (è così per la malattia di Alzheimer, la malattia di Parkinson, la malattia di Crohn e altre ancora che sino a qualche tempo fa erano definite come morbo).

Con il termine patologia, non dimentichiamolo, si designa propriamente la branca della scienza medica che studia le cause e l’evoluzione delle malattie, e solo in senso esteso il termine viene usato anche con il significato generico di malattia.

Sindrome, invece, identifica un insieme di segni e sintomi considerato in sé, e che potrebbe essere manifestazione di una malattia o di malattie diverse. Si tratta quindi di un termine che si riferisce a un quadro clinico spesso difficilmente riconducibile a una causa univoca, a una condizione patologica a eziologia sconosciuta o varia o con caratteristiche non ben definite.

Infine, con il termine disturbo si designa un’alterazione nella funzionalità dell’organismo umano o di qualche sua parte, anche se per lo più di carattere psichico (disturbo bipolare, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo del comportamento alimentare… ).

Come si vede non ho considerato il termine disordine che, invece, purtroppo, impera, e che è un calco semantico dall’inglese disorder e che, vista la quantità di parole a disposizione nella nostra lingua, proprio non ha ragione di essere.