Prefissi e suffissi nella denominazione delle malattie

Come anticipato nello scorso articolo, eccoci di nuovo a indagare circa l’origine dei nomi delle malattie. Nell’articolo precedente abbiamo trattato delle malattie eponimiche, ma queste sono certo una minoranza: nella maggior parte dei casi, i termini con cui si definiscono le malattie si formano con l’uso di suffissi e prefissi.

Ecco allora -ite (polmonite, epatite, artrite…), suffisso di origine greca (-ites), che ha proprio significato di “malattia”, in particolare infiammatoria.

Poi c’è il suffisso -osi, sempre di origine greca (-osis), per lo più con significato di “affezione degenerativa” (artrosi – si noti la contrapposizione con artrite). Il suffisso -osi, tuttavia, indica genericamente una condizione o uno stato, per cui  ecco termini come dermatosi, nevrosi, psicosi, sclerosi, trombosi

Naturalmente, ecco il suffisso algia (dal greco algos, “dolore”) per definire uno stato doloroso a carico di una qualsiasi struttura anatomica non accompagnato dalla presenza di lesioni macroscopiche (nevralgia, mialgia…).

Tra gli altri suffissi per designare le malattie, ecco -ismo (dal greco -isma) che ha significato di condizione o malattia risultante dalla struttura anatomica indicata nella prima parte del termine o che la implica: si pensi a alcolismo, gigantismo, irsutismo, strabismo e moltissime altre condizioni.

Un altro suffisso molto impiegato è -oma, che ha significato di “rigonfiamento”, “tumefazione” e lo si ritrova, per esempio, in ematoma, ma ha anche significato di “tumore” e infatti la maggior parte delle denominazioni dei tumori si avvale di questo suffisso: carcinoma/adenocarcinoma per i tumori maligni che derivano da un tessuto epiteliale (di rivestimento o ghiandolare), sarcoma per i tumori maligni che si sviluppano nel tessuto connettivo, linfoma/mieloma per quelli linfoemopoietici, astrocitoma/blastoma per quelli derivanti dal tessuto nervoso, melanoma, dai melanociti.

Per le tumefazioni non neoplastiche si usa -cele (meningocele, varicocele, idrocele…).

Ecco poi -iasi, per le malattie parassitarie (amebiasi, giardiasi, teniasi…). Con qualche eccezione, perché, per esempio, a candidiasi si preferisce candidosi. (Anche la psoriasi, pur avendo il medesimo suffisso, non è una malattia parassitaria, ma un’affezione cutanea cronica non contagiosa.)

A concorrere alla denominazione delle malattie si trovano non solo suffissi, ma anche prefissi: è il caso di iper- e ipo- con i rispettivi significati di “al di sopra” e “al di sotto”. Si pensi a ipertensione/ipotensione, iperglicemia/ipoglicemia, ipertiroidismo/ipotiroidismo e moltissimi altri, anche se – va detto – questi prefissi stanno più a indicare una condizione piuttosto che una malattia.

Per indicare alterazioni di funzione si usa dis- (disuria, dispepsia…), mentre per indicare privazione an- (anemia, atrofia…).

Mi sa che anche questo secondo articolo non conclude il tema “da dove vengono i nomi delle malattie”, me ne occorrerà un altro, ma nel prossimo, vi prometto, cercheremo di divertirci di più.

Eponimi in medicina

In medicina si fa (e, ancor più, si è fatto) un ampio uso degli eponimi. Banalmente, questi sono denominazioni fondate sul nome di uno scienziato; più precisamente (il solito insostituibile Serianni) “unità polirematiche in cui un termine generico è accompagnato dal nome di uno scienziato”.1

Il termine deriva dal greco epónymos, cioè sopra (epi-) il nome (ónyma).

Sono moltissime le malattie eponimiche (malattia di Alzheimer, malattia di Parkinson, sindrome di Ménière…), ma eponimi si hanno in abbondanza in anatomia (ansa di Henle, organo spirale di Corti…), istologia (apparato di Golgi…), semeiotica (segno di Babinsky…), metodologia diagnostica (la conta di Addis…), chirurgia (le varie metodiche secondo…) e in altri contesti ancora.

Molto spesso, specie per la denominazione delle malattie, gli eponimi venivano usati quando queste non erano sufficientemente chiare ed erano quindi il solo possibile criterio di inquadramento nosologico.2 E, a riprova di ciò, una volta che la malattia veniva meglio identificata la sua denominazione eponimica veniva meno (anemia di Cooley, ora beta-talassemia major; sindrome di Down, cui oggi si tende a preferire trisomia 21…). Come dire che il progresso delle conoscenze ha oscurato l’uso di alcuni eponimi e fatto giustizia di altri.2 Certo, con le malattie eponimiche si può percorrere la storia e l’evoluzione della medicina, e l’argomento è pertanto affascinante.

Vi sono anche sostantivi derivati da un nome proprio (termini “deonomastici”), come le dita ippocratiche (o ippocratismo digitale), la röntgenterapia (da W. C. Röntgen), lo schwannoma (neurinoma, da T. Schwann).1

In alcune occasioni, il nome che accompagna il termine generico non è di uno scienziato, ma viene dalla letteratura. Ecco allora la sindrome di Pickwick (dal Circolo Pickwick, di Dickens) per definire le caratteristiche cliniche di obesità, sonnolenza diurna, apnee notturne, proprie del protagonista del romanzo. Oppure il bovarismo (per definire quell’atteggiamento psicologico in cui si confondono fantasie e realtà) che prende la sua origine dall’opera Madame Bovary, di Gustave Flaubert. Oppure, la sindrome di Stendhal, che consiste in un’affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza: lo scrittore francese Stendhal ne fu personalmente colpito durante il suo Grand Tour effettuato nel 1817 (“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”).

Per oggi ci fermiamo qui, ma con il prossimo articolo torneremo sull’origine dei nomi delle malattie, perché il tema è davvero molto interessante. Almeno per me… e per voi, lettori?

  1. Serianni Luca. Un treno di sintomi. I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Milano, Garzanti, 2005.
  2. Bonessa Camillo. Dizionario delle malattie eponimiche. Milano, Raffaello Cortina Editore, 1999. (Nell’immagine dell’articolo, un dettaglio della copertina.)

Ancora sulle sigle e gli acronimi in medicina

Ho ricevuto diverse richieste di approfondimenti sul tema “sigle e acronimi in medicina” e quindi aggiungo alcune precisazioni all’ultimo articolo  pubblicato.

Alcuni mi chiedono chiarimenti circa l’uso delle sigle derivanti dall’inglese piuttosto che dall’italiano. È ovvio che prevalgono le prime, tuttavia alcune italiane hanno pieno diritto di essere. Pensiamo a SNC per sistema nervoso centrale, certamente preferibile a CNS (central nervous system), o LES per  lupus eritematoso sistemico in luogo di SLE (systemic lupus erythematosus), o semplicemente a TC e RM per tomografia computerizzata e risonanza magnetica, rispettivamente, invece delle inglesi CT e MR. Altre sigle se la giocano alla pari, come PA per pressione arteriosa e l’equivalente BP (dall’inglese blood pressure).

Semmai si pone il problema che una commistione delle due forme, dall’inglese  e dall’italiano, in uno stesso testo, non è ideale.…

Un’altra questione sollevata, molto “fine” direi, e quindi complimenti a chi l’ha posta, è l’uso dell’articolo davanti alle sigle. In linea di massima, l’articolo si concorda con il numero e il genere della denominazione completa, con qualche eccezione come per esempio l’AIDS, che pur essendo una sindrome (e quindi femminile) viene trattata al maschile (l’AIDS sta per lo AIDS).

Della questione si è occupata anche la prestigiosa Accademia della Crusca che afferma che per le sigle in cui la prima lettera è una vocale si usano gli articoli prevocalici (l’, gli, un) nel numero e genere richiesto da quella particolare sigla, mentre per le sigle che cominciano per consonante si distingue tra quelle che sono pronunciate o possono essere pronunciate come una sola parola e quelle che sono pronunciate per lettere distinte. Per chi volesse approfondire, qui.

Chiudo ricordando alcuni siti internet che si configurano come un dizionario delle sigle in medicina (ahimè, quasi sempre incompleto e provvisorio visto il continuo proliferare delle sigle), ma comunque utile per reperire il significato delle sigle:

www.abbreviations.com/category/MEDICAL
https://www.acronymfinder.com/
https://www.medindia.net/medical-abbreviations-and-acronyms/index.asp

Ai lettori: se ne conoscete altri e, più in generale, se volete portare contributi all’argomento sulla base della vostra esperienza, usate la funzione “Commenta” in fondo a ogni articolo.

Acronimi e sigle in medicina

In medicina si fa un uso molto abbondante (anzi, direi eccessivo) di sigle e acronimi. “Sigla” e “acronimo” sono sostanzialmente sinonimi, tuttavia la sigla è formata dalle sole lettere iniziali delle parole che la compongono, mentre l’acronimo può essere anche formato con più lettere (sillabe) delle parole che lo compongono. Ne deriva che nelle sigle le lettere vengono pronunciate separatamente, mentre gli acronimi possono essere pronunciati come se fossero un’unica parola. Entrambi sono abbreviazioni, anche se queste ultime vengono per lo più intese come forme contratte di una sola parola (come “pag.” per pagina, o “es.” per esempio).

Degli acronimi si fa un uso frequente per identificare i trial clinici: per esempio, BEST (Beta-blocker Evaluation Survival Trial), LIFE (Losartan Intervention For Endpoint reduction in hypertension study).

Le sigle vanno usate al posto del termine per esteso solo quando questo ricorre nel testo con una certa frequenza e non, per esempio, se compare solo tre o quattro volte in tutto. Un loro uso eccessivo, come in certi abstract, appesantisce il testo, tanto nella lettura quanto nell’aspetto grafico.

Le sigle vanno sempre esplicitate la prima volta che compaiono nel testo, e tale esplicitazione va ripetuta, preferibilmente, in ogni nuovo capitolo o sezione del testo stesso, a meno che si sia preferita una legenda o un’appendice riepilogativa di tutte le sigle usate con il loro significato. Può essere fatta eccezione per quelle ormai universalmente riconosciute (DNA, AIDS…), così come per quelle usate in una pubblicazione specialistica (può suonare ridicolo, per esempio, ricordare in una pubblicazione per cardiologi che ECG sta per elettrocardiogramma!).

Una stessa sigla può avere più significati, ragione in più per esplicitarla sempre: AV, per esempio, può stare sia per “atrioventricolare” sia per “arterovenoso”; CRF per “insufficienza respiratoria cronica (chronic respiratory failure)”, ma anche per “insufficienza renale cronica (chronic renal failure)”, oppure “fattore che favorisce la liberazione della corticotropina (corticotropin-releasing factor)”, o ancora “scheda raccolta dati (case report form)”.

La forma più corretta per esplicitare una sigla è quella riportata nei seguenti esempi:

  • barriera ematoencefalica (BEE)
  • broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO)
  • malattia di Alzheimer (Alzheimer disease, AD)
  • virus dell’epatite C (hepatitis C virus, HCV).

Si noti che nei primi due esempi le sigle derivano da termini italiani e quindi è sufficiente far seguire solo, tra parentesi, la sigla corrispondente, mentre quando la sigla deriva da un termine inglese si riporterà sempre tra parentesi, in corsivo, il termine stesso per esteso, seguito dalla sua sigla (in tondo).

Alcuni preferiscono, nell’esplicitazione inglese, l’uso delle iniziali maiuscole (nell’esempio di cui sopra, Hepatitis C Virus), così da richiamare con maggior immediatezza la sigla. Tuttavia, tale forma appesantisce il testo ed è sconsigliabile (tranne, naturalmente, quando nella sigla ricorrono nomi propri). Proprio per non appesantire il testo, nel linguaggio giornalistico le sigle vengono scritte in M/m (per es., Aids, Dna), ma non così in un testo di medicina dove vanno sempre scritte tutte in maiuscolo (o nel più elegante maiuscoletto).

Le sigle non vanno mai puntate e preferibilmente non vanno usate nei titoli.

PS: nell’immagine, un ritaglio della copertina del “mitico” Dizionario delle sigle mediche, di Mario Lucchesi, Raffaello Cortina Editore, fermo – ahimè – al 1994, anche perché oggi avrebbe lo spessore di un dizionario e verrebbe continuamente scavalcato dal quotidiano in quanto ogni giorno vengono coniate nuove sigle.  

Tumore, cancro o neoplasia? O altro ancora?

È noto l’impegno del professor Umberto Veronesi perché si preferisse il termine “tumore” a “cancro”.

Tumore è indubbiamente parola meno evocativa, meno forte di “cancro”. La prima deriva dal latino tumor (gonfiore, rigonfiamento) e attinge all’aspetto macroscopico della neoformazione che si presenta frequentemente con una massa in rilievo sul sito anatomico di origine. Non dimentichiamo poi che i tumori possono essere benigni o maligni.

Non è così per cancro parola antichissima, dai tempi di Ippocrate (460-377 a.C.) che la coniò per primo. Deriva dal greco karkínos, “carcinoma” che significa “granchio”, e che in latino diventa cancer, da cui cancro. L’aspetto della tumefazione, circondata da vasi sanguigni ingrossati, ricordava a Ippocrate un granchio nascosto nella sabbia con le zampe disposte in cerchio. L’immagine era particolare (pochi cancri somigliano davvero a dei granchi), ma anche abbastanza efficace: per alcuni la superficie indurita e opaca del tumore ricordava il carapace di un granchio. Alcuni pazienti dicevano di “sentire un granchio muoversi sotto la pelle” mentre la malattia, di soppiatto, si diffondeva nel corpo. Per altri ancora, l’improvvisa fitta di dolore prodotta dalla malattia era come essere presi tra le chele di un granchio.

Come si vede, parola che evoca indubbiamente scenari forti.

Come abbiamo visto c’è poi il termine carcinoma, traduzione letterale di karkínos, ma questo è un qualsiasi tumore maligno originato da un tessuto epiteliale (epitelio di rivestimento o ghiandolare), organizzato in piani o strati.

Meglio dunque “tumore”, o anche neoplasia (dal greco, neo, nuova, e plasia, formazione – fu Rudolf Virchow [1821-1902] a introdurre questo termine). È sostanzialmente sinonimo di tumore, ma prende in considerazione, più che l’aspetto esteriore della massa, il contenuto cellulare della stessa, costituito da cellule di “nuova formazione”.

Vi sono persino alcune sigle per definire un tumore, con l’evidente intenzione di nascondere al paziente la natura del suo male: ecco allora Ca e K. E anche parole difficili ed esclusive del linguaggio medico, impiegate per la stessa ragione: è il caso di discario, da “discariogenesi”, alterata divisione cellulare.

Anche le “metastasi” trovano in “lesioni secondarie” e “lesioni ripetitive” degli eufemismi, dei sinonimi meno trasparenti.

La parola oncologia, la branca della medicina che si occupa dello studio dei tumori, ha anch’essa una storia assai interessante dietro di sé; deriva dal greco onkos (massa o carico, o più comunemente peso): il tumore veniva immaginato come un peso portato dal corpo. Nel teatro greco la stessa parola, onkos, si usava per indicare una maschera tragica spesso “appesantita” da uno scomodo cono sopra la testa, a indicare il peso psicologico portato da chi la indossava.

Immagine di © Hans Hillewaert, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1770976

Cute o pelle? Le sinonimie nel linguaggio medico

Nello scorso articolo abbiamo visto come ci siano più termini per definire una stessa condizione, ma non si trattava di sinonimi in quanto malattia, morbo, patologia, sindrome, disturbo hanno contesti d’uso diversi.

Qui, invece, affrontiamo il tema delle sinonimie nel linguaggio medico, cioè quei termini che sono in effetti sinonimi.

Per esempio, globuli rossi, eritrociti ed emazie si usano indifferentemente per indicare uno dei tre elementi corpuscolati del sangue. Analogamente, i globuli bianchi possono anche essere definiti leucociti.

Moltissimi altri gli esempi:

  • rachide, colonna vertebrale
  • cute, pelle
  • canale alimentare, canale digerente, tubo digerente, tubo gastroenterico
  • fegato, parenchima epatico
  • cistifellea, colecisti, vescichetta biliare
  • tube di Falloppio, salpingi, tube uterine, trombe uterine
  • cefalea, mal di testa
  • raffreddore, corizza
  • trisomia 21, trisomia G, sindrome di Down
  • blenorragia, gonorrea
  • brucellosi, febbre maltese

In realtà, anche per questi e molti altri (l’elenco sarebbe davvero infinito) il professor Serianni parla di “variazioni diafasiche legate a vari contesti d’uso”.1

La “diafasia”, è il caso di ricordarlo, è una variabile sociolinguistica determinata dal mutare della situazione nella quale il parlante si trova a comunicare: il contesto, gli interlocutori, le circostanze o le finalità della comunicazione.

E in effetti si tratta proprio di questo.

Il paziente tipo molto difficilmente dirà d’avere un “problema alla cute”, ma userà “pelle”, né dirà di avere una “cefalea” ma userà “mal di testa” e meno che mai scomoderà il termine “corizza” per indicare un raffreddore.

In altre parole, se è vero che molti termini quasi si equivalgono, alcuni di questi hanno una valenza più “popolare” e altri un uso più strettamente “medico”.

Torneremo più volte sull’argomento, perché sono infiniti i contesti in cui la medicina si esprime diversamente dal linguaggio comune, qui abbiamo solo voluto introdurre l’argomento.

E per finire con un sorriso (ci vuole in un blog come questo, di per sé un po’ impegnativo), oggi va molto meglio perché le cose vengono chiamate in definitiva con il loro nome, ma non sempre è stato così. Anzi…

Era alquanto disdicevole, per esempio, usare la parola “pene” e si ricorreva a “membro”, “verga” o “priapo”.

E neppure “mestruazioni” era parola da dirsi, ed ecco allora i “mesi”, le “purghe”, i “corsi lunari”, i “benefici lunari”, i “tributi lunari”. Si noti anche qui il linguaggio “alto” rispetto ai popolari “le mie cose”, “quei giorni”, “i parenti in visita” e “il marchese”…

PS: grazie a tutti coloro che seguono questo blog con tanto interesse. Non avrei davvero immaginato. Mi raccomando, commentate a fondo pagina, perché lo spirito di un blog è questo: confrontarsi su un tema, nel nostro caso suggerire varianti, altri modi di dire.

  1. Serianni Luca. Un treno di sintomi. I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Milano, Garzanti, 2005.

Malattia: quanti termini ci sono per definirla?

Malattia, morbo, patologia, sindrome, disturbo, e – ahimè – disordine…

Quanti termini ci sono per definire una condizione patologica?

La malattia è uno stato patologico causato dall’alterazione della funzione di uno o più organi, apparati o tessuti, di solito a carattere transitorio e reversibile. Si verifica quando fattori diversi, estrinseci o intrinseci, alterano le normali condizioni dell’individuo (in termini biologici, potremmo dire quando viene meno l’equilibrio omeostatico). La malattia, inoltre, è caratterizzata da manifestazioni di riscontro soggettivo e obiettivo che ne costituiscono la sintomatologia.

Morbo è equivalente di malattia, ma è un termine arcaico, di uso sempre meno frequente, anche perché veniva usato per indicare delle malattie poco conosciute, complesse, spesso incurabili e a decorso fatale; tutti elementi che la medicina moderna è riuscita per lo più a circoscrivere. Infatti, anche in quei pochi casi in cui ancora lo si sente usare, si preferisce di gran lunga l’impiego di “malattia” (è così per la malattia di Alzheimer, la malattia di Parkinson, la malattia di Crohn e altre ancora che sino a qualche tempo fa erano definite come morbo).

Con il termine patologia, non dimentichiamolo, si designa propriamente la branca della scienza medica che studia le cause e l’evoluzione delle malattie, e solo in senso esteso il termine viene usato anche con il significato generico di malattia.

Sindrome, invece, identifica un insieme di segni e sintomi considerato in sé, e che potrebbe essere manifestazione di una malattia o di malattie diverse. Si tratta quindi di un termine che si riferisce a un quadro clinico spesso difficilmente riconducibile a una causa univoca, a una condizione patologica a eziologia sconosciuta o varia o con caratteristiche non ben definite.

Infine, con il termine disturbo si designa un’alterazione nella funzionalità dell’organismo umano o di qualche sua parte, anche se per lo più di carattere psichico (disturbo bipolare, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo del comportamento alimentare… ).

Come si vede non ho considerato il termine disordine che, invece, purtroppo, impera, e che è un calco semantico dall’inglese disorder e che, vista la quantità di parole a disposizione nella nostra lingua, proprio non ha ragione di essere.

Tampone nasofarìngeo o nasofaringèo? Questioni di pronuncia dei termini medici

In questi giorni sentiamo spesso parlare di “tampone nasofaringeo”.

E non sarà sfuggito che molti dicono farìngeo e altri faringèo.

Per una volta, occupiamoci non di come scrivere correttamente i termini medici, ma di come pronunciarli, anche se – come vedremo – ci sono due scuole e non un criterio univoco.

Ci viene in aiuto (chissà quante volte dovremo citarlo in questo blog) il professor Luca Serianni e il suo Un treno di sintomi.1

La questione, sostanzialmente, è se vogliamo fare riferimento alla derivazione latina della parola o a quella greca.

Quando prevale l’accentazione alla latina abbiamo per esempio artròsi e i termini in -osi che indicano una “specifica” patologia.

Quando prevale l’accentazione alla greca abbiamo tutti i termini che finiscono in -ia (glicemìa, pediatrìa…).

Il problema sorge quando nessuna delle due accentazioni prevale in maniera netta. Alcuni termini finiscono sempre in -osi, ma questa volta non indicano una patologia specifica, ma un intervento o una condizione patologica “generica”. Ecco allora le forme anastomòsi (dal latino) e anastòmosi (dal greco), flogòsi (lat.) e flògosi (gr.), fimòsi (lat.) e fìmosi (gr.). Ma ecco anche edèma (lat.) e èdema (gr.), pèrone (lat.) e peròne (gr.) e tanti altri. L’accentazione dalla derivazione latina, scrive il professor Serianni, dovrebbe essere da preferire (“il criterio storicamente più fondato”), ma i medici tendono a preferire la pronuncia greca. E sapete perché? Perché alla pronuncia dal greco si attribuisce “una certa volontà arcaizzante  alla ricerca di un elemento di distinzione sociale e prestigio”.2 E questo la dice lunga sulla innata tendenza dei medici a usare un linguaggio proprio che sancisca le differenze con il parlar comune.

A proposito, giusto per non lasciare la domanda del titolo in sospeso, direte nasofaringèo se preferite riflettere la derivazione latina del termine, nasofarìngeo quella greca.

Bibliografia

  1. Serianni Luca. Un treno di sintomi. I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Milano, Garzanti, 2005.
  2. Mazzini Innocenzo. Introduzione alla terminologia medica, Bologna, Patron editore, 1989.

Tessutale e sierico: quando è la “i” a fare la differenza

Chi scrive e traduce testi di medicina si imbatte spesso nei termini “tessutale” e “sierico”, ma molto spesso – ahimè – si legge in luogo delle forme corrette “tissutale” e “serico”.

Vediamo perché è sbagliato usarle.

“Tessutale”, va da sé, è riferito a “tessuto”, “che riguarda i tessuti”. Non si vede dunque per quale ragione si debba cambiare quella “e” con una “i”.

Ce lo spiega molto bene il noto linguista, professor Luca Serianni, nel suo libro Un treno di sintomi1, centrato sul linguaggio della medicina: si tratta di “vocaboli (nomi, aggettivi, verbi e in misura ridotta costrutti) altrettanto caratteristici di un certo àmbito settoriale, che però sono legati non a effettive necessità comunicative bensì all’opportunità di adoperare un registro elevato, distinto dal linguaggio comune”. Si tratta di un tipico caso di “tecnicismo collaterale”. Insomma, si direbbe un ennesimo prostrarsi all’inglese, ma in questo caso sbagliando proprio perché “tissutale”non è un anglicismo: in inglese esiste sì tissue, ma deriva dal francese tissu (quindi si tratta semmai di un francesismo) e poi tissutal in inglese non esiste (se non come “inaccettabile barbarismo”, come spiega molto bene il professor Luca Zuliani, dell’Università di Padova che alla questione ha dedicato un approfondito saggio2).

A usare “tissutale”, sempre come ci spiega il professor Zuliani, sono per lo più i medici italiani che scrivono in inglese e, credendo che “tissutale” in italiano sia un anglicismo, usano tissutal.

Certo, ripristinare l’uso corretto non è facile se si considera che anche Wikipedia ha la voce “Fattore tissutale” e che Google, proprio nel momento in cui scrivo, ha 427mila ricorrenze per “tissutale” e sole 124mila per “tessutale”.

Quanto a “sierico” deriva da “siero” (per esempio, le sieroproteine, il ferro sierico…) e non c’è alcuna ragione per usare “serico” (che invece è di uso corretto quale aggettivo della lingua letteraria, dove significa “di seta”). E allora perché? È un latinismo (in quanto “siero”deriva da serum) ed è un altro caso di tecnicismo collaterale, quando cioè l’italiano cerca di nobilitare la forma in un qualche modo.

Apparato o sistema?

“Apparato” e “sistema” non sono affatto sinonimi.

Un sistema è un raggruppamento di organi formati da uno stesso tessuto e che presentano analogie strutturali e funzionali; gli apparati, invece, sono insiemi di organi formati da tessuti differenti che collaborano a svolgere una medesima funzione.

Non solo, i sistemi per lo più hanno una medesima origine embrionale, a differenza degli apparati che hanno diversa origine embrionale.

Nel corpo umano, sono pertanto sistemi quello nervoso, il linfatico e immunitario, l’endocrino, lo scheletrico e il muscolare (questi ultimi due formano insieme l’apparato muscolo-scheletrico). Gli apparati sono invece quello tegumentario, il digerente, il respiratorio, il circolatorio (o cardiovascolare), l’escretore (o urinario) e quello riproduttore (o genitale, maschile e femminile).

Confondere “sistema” con “apparato” è errore molto comune, complice la lingua inglese che non fa differenza (tutti sono systems).

Una precisazione a proposito del sistema immunitario. Nonostante taluni, anche autorevoli scienziati, scrivano o dicano “sistema immune”, la dizione corretta è “sistema immunitario”. “Immune”, si legge nello Zingarelli, sta per “caratterizzato da immunità”, mentre “immunitario” sta per “relativo all’immunità” e non per nulla nelle estensioni del lemma si legge “reazione immunitaria”, “risposta immunitaria”, oltre che – appunto – “sistema immunitario”.

Infatti, definire un sistema “immune”, cioè  “caratterizzato da immunità”, sarebbe un po’ come dire che tale sistema è immune di per sé, mentre “immunitario”, che come abbiamo visto sta per “relativo all’immunità”, è ciò che è intrinseco alla definizione del sistema in oggetto.