Resistere alle tentazioni

Ho letto qui che i bambini concepiti o nati durante la pandemia da Covid-19 potrebbero essere chiamati “i coronial”, così come con il termine “millennial” si indicano coloro che sono cresciuti all’inizio del millennio.

Qualcuno si è spinto oltre attribuendo alle sigle a.C. e d.C. il significato di “avanti Covid” e “dopo Covid”.

Non voglio scrivere l’ennesimo articolo sulle nuove parole e modi di dire che la pandemia ha generato, piuttosto vi rimando al bellissimo articolo del linguista Giuseppe Antonelli su la Lettura, il supplemento culturale del Corriere, del 13 dicembre.

Però mi ha molto colpito un articolo sul portale della Treccani (potete leggerlo qui) in cui, in risposta a un lettore, ci si interroga come definire un paziente affetto da Covid: “covidoso”, “covidico” o “covidotico”?

In detto articolo si scrive che “covidoso” è da escludere, in quanto trattasi di un vocabolo già esistente con il significato di “bramoso”, e simili.

“Covidico”, che usa il suffisso -ico come in “rachitico”, “anoressico”, “bulimico”, non sarebbe corretto perché questo suffisso indica appartenenza, modo (come in atmosferico, filosofico, biologico…).

Resterebbe dunque “covidotico”, per analogia con “tubercolotico”, “cirrotico”, “scoliotico” e simili.

Non so come la pensate voi, io trovo tutte queste parole semplicemente orribili, per non dire sciagurate. “Affetto da Covid” mi sembra più che sufficiente e anche elegante, e in fondo richiede solo qualche battuta in più.

Altre parole non mi piacciono per nulla, come “tamponato” per i soggetti che hanno effettuato il tampone, così come non vedo perché non usare termini italiani equivalenti per droplets, contact tracing e mille altri termini inglesi che imperano.

Ancor prima di questa pandemia e dei riflessi nella lingua che essa ha comportato, ho sempre invitato a non usare nel linguaggio della medicina termini come “biopsiare”, “complessizzare”, “profilassare”… poi, vedete voi.

Io, per quanto mi riguarda, suggerirei di resistere a queste tentazioni.

Parole intraducibili

Questo articolo è stato scritto dal dottor Carlo Barbera, che ringrazio per la collaborazione. Anche a lui, benvenuto nel blog!

Ho sempre amato l’inglese perché la trovo una lingua affidabile, mi dà la sensazione che esista una parola per ogni cosa. E questo è fondamentale in ambito medico e scientifico, dove le parole pesano come macigni e c’è bisogno di termini che non lascino spazio ad ambiguità, per capire e per spiegarsi.

Per quanto io preferisca usare vocaboli italiani, ci sono però casi in cui la traduzione può portare con sé il rischio di fraintendimenti, quando si parla fra addetti ai lavori così come quando si vuole comunicare a un pubblico più vasto e generico. È il caso di efficacy ed effectiveness, due parole che vengono entrambe tradotte con il termine “efficacia”, ma il cui significato è sostanzialmente diverso e viene diluito e confuso nel passaggio tra lingue. Se per il primo termine non c’è nulla di male a tradurlo letteralmente, la seconda è, come avrebbe detto Claudio Bisio nella sua imitazione dell’indimenticabile Paolo Limiti, “una parola un po’ intraducibile”. O meglio, esiste in italiano il vocabolo “effettività”, ma questo è talmente poco usato in ambito medico che rischia di dare origine a ulteriori incomprensioni. Pertanto, ai fini di questo articolo, farò riferimento ai termini anglosassoni.

In farmacologia e medicina, la efficacy viene definita come la massima risposta raggiungibile con l’assunzione di un farmaco. Tuttavia, questa efficacy viene sempre misurata in contesti artificiali come quelli degli studi clinici, nei quali le condizioni sono ideali, i pazienti vengono selezionati sulla base di criteri rigorosi, e i regimi terapeutici hanno la massima aderenza. La effectiveness differisce in questo perché prende in considerazione come un farmaco si comporta nel mondo reale, dove viene somministrato a gruppi di pazienti con caratteristiche eterogenee rispetto a quelle delle popolazioni selezionate per gli studi clinici, come pazienti che assumono in concomitanza altri farmaci per i quali non esistono dati relativi alle interazioni.

Provo a fare un esempio concreto per chiarire meglio questa differenza. In questi giorni si è parlato molto del vaccino di Pfizer/BioNTech e proprio la efficacy è stata oggetto di interesse mediatico, con risultati che hanno superato tutte le aspettative e hanno generato grandi speranze intorno a questa possibilità terapeutica. Ma cosa intendevano i comunicati dicendo che il vaccino Pfizer ha una efficacia del 95%, e come questa è stata calcolata? Analizziamo insieme gli aspetti della questione.

Lo studio clinico di Fase III concluso da poco ha visto il reclutamento di 43.661 volontari sani a livello globale. Al fine di misurare l’efficacy, un gruppo di pazienti al quale i medici hanno somministrato il vaccino sperimentale è stato comparato con un gruppo di pazienti “di controllo”, cui è stato somministrato un placebo. Si è poi aspettato che le persone contraessero in maniera naturale l’infezione, e quando 170 partecipanti sono tornati con i sintomi da Covid-19 e sono risultati positivi al tampone, si è visto che 8 di loro erano stati vaccinati, mentre i restanti 162 appartenevano al braccio di controllo. È stata quindi calcolata la differenza relativa tra la frazione di volontari vaccinati che si sono ammalati e la frazione di volontari non vaccinati che si sono ammalati, detta appunto Vaccine Efficacy (VE).

Questo significa che il vaccino proteggerà il 95% di coloro che lo faranno? Non esattamente, proprio per il fatto che la efficacy è un valore teorico. Sarà la effectiveness a determinare in che misura questo vaccino è realmente, scusate il gioco di parole, efficace nel proteggere la popolazione. E questo dipenderà anche da parametri importanti quali, per esempio, la durata dell’immunità verso un ceppo virale che evolve, il rapporto rischi/benefici, ma anche la difficoltà nella conservazione, il costo, l’accessibilità, la stabilità e i problemi di produzione.

Insomma, per citare un vecchio adagio, i vaccini non salvano vite, sono i programmi vaccinali a salvare vite.

Carlo Barbera
Mi occupo di progettazione e sviluppo di farmaci e dispositivi medici per professione, e di rendere la ricerca farmaceutica un argomento social e divertente per passione. Ogni settimana potete leggere i miei post su LinkedIn seguendo l’hashtag #ScientiFico, dove spiego cosa penso dello sviluppo di nuovi prodotti farmaceutici.

Effetto indesiderato, evento avverso e reazione avversa a farmaco

L’articolo che segue è stato scritto dalle colleghe di Translating Health, un team di cinque traduttrici specializzate nel campo medico-farmaceutico, per la loro particolare esperienza in materia. Benvenute nel blog!

Termini come effetto indesiderato, evento avverso e reazione avversa a farmaco non sono affatto sinonimi e non vanno usati indifferentemente, come spesso succede. Facciamo chiarezza circa questi termini.

Effetto indesiderato

Un effetto indesiderato, termine preferibile a effetto collaterale secondo la terminologia della European Medicines Agency (EMA),1 è un effetto non intenzionale che insorge alle dosi normalmente impiegate nell’uomo e che è connesso alle proprietà del farmaco (come può essere la sonnolenza da antistaminico). Per lo più tali effetti sono riportati nel foglio illustrativo e nel riassunto delle caratteristiche del medicinale in questione.

Evento avverso

Per evento avverso si intende qualsiasi evenienza medica non voluta che può comparire durante un trattamento con un medicinale, ma che non necessariamente ha una relazione di causalità con il medicinale stesso.2

Un esempio di evento avverso è la caduta con frattura del femore di un’anziana partecipante a una sperimentazione clinica su un medicinale che può provocare vertigini.

In questo contesto, gli eventi avversi seri o gravi (Serious Adverse Event, SAE) sono quelli che, a prescindere dalla dose, hanno esito nella morte o mettono in pericolo la vita dei soggetti che partecipano alla sperimentazione, richiedono un ricovero ospedaliero o prolungano una degenza in ospedale, determinano invalidità o incapacità gravi o prolungate, comportano un’anomalia congenita o un difetto alla nascita.3

Reazione avversa a farmaco

In base alla nuova normativa europea (Regolamento UE 1235/2010 e Direttiva 2010/84/UE), una reazione avversa a farmaco (Adverse Drug Reaction, ADR) è un effetto nocivo e non voluto conseguente all’uso di un medicinale. A differenza dell’evento avverso sussiste quindi una relazione di causalità.2 

In questa nuova definizione sono considerate reazioni avverse quelle derivanti da un uso conforme alle indicazioni contenute nell’AIC (Autorizzazione all’immissione in commercio), ma anche quelle legate ad abuso, uso improprio, uso off label (non conforme alle indicazioni contenute nell’AIC), sovradosaggio, esposizione professionale ed errore terapeutico. Sono state proposte varie classificazioni delle ADR, tra cui quella che distingue reazioni avverse di tipo A (augmented), di tipo B (bizarre), di tipo C (chronic), di tipo D (delayed), di tipo E (end of use) e di tipo F (failure). Le reazioni avverse a farmaco possono essere inoltre classificate in modo meccanicistico (tossiche, allergiche, idiosincrasiche), secondo la gravità (lievi, moderate, gravi), secondo la frequenza (frequenti, occasionali, rare), secondo la successione cronologica (immediate, tardive) e in base alla dose-dipendenza [Do], al tempo di insorgenza della reazione [T] e alla suscettibilità del paziente [S] (la cosiddetta classificazione DoTS).2

Un esempio di reazione avversa di tipo B, non dose-dipendente, rara, non correlata alle caratteristiche farmacologiche del medicinale, imprevedibile e ad alta mortalità è lo shock anafilattico da penicilline.

Infine, una sospetta reazione avversa grave e inattesa (Suspected Unexpected Serious Adverse Reaction, SUSAR) è una reazione avversa di natura o gravità non prevedibili in base alle informazioni relative al prodotto (quelle riportate nel dossier per lo sperimentatore se il prodotto è in sperimentazione o, nel caso di un prodotto autorizzato, nel riassunto delle caratteristiche del prodotto).3-5

Bibliografia

1 QRD Template EMA

2 La farmacovigilanza in Regione Campania, A. Capuano

3 https://www.aifa.gov.it/sites/default/files/11-26-2013%20-%20Cupani%20-%20FV%20in%20SC%206-7%20dic%20cupani+%20corretta%20US_Rev_EI.pdf

4 https://www.aifa.gov.it/sistema-europeo-eudravigilance

5 http://careonline.it/wp-content/uploads/2016/12/parolachiave_Care_5_2016.pdf

Le parole del diabete

Sabato 14 novembre si è celebrata la “Giornata mondiale del diabete”. Si è celebrata in questa data perché il 14 novembre del 1891 nacque Frederick Grant Banting, che insieme a Charles Herbert Best nel 1921 scoprì l’insulina, che ha consentito di trattare il diabete rendendolo una malattia controllabile.

Come è noto, ci sono più forme di diabete: di tipo 1 (DM1, conosciuto anche come “giovanile”), di tipo 2 (DM2, conosciuto anche come “alimentare” o “dell’adulto”), gestazionale (o gravidico), LADA, MODY, e altre ancora.

Proviamo a chiarire il significato, per stare nel nostro ambito terminologico, dei molti termini che contraddistinguono il diabete. A proposito, “diabete” deriva dal greco diabainein, “passare attraverso”, con allusione al frequente passaggio di urina provocato dalla malattia (la poliuria, uno dei sintomi principali del diabete).

La prima parola da affrontare non può che essere mellito, parola che accompagna le prime tre forme di diabete citate (DM1, DM2 e gestazionale). “Mellito” deriva dal latino mellitus, che significa “dolce”, ma anche “miele”. Fu l’inglese Thomas Willis nel 1675 ad aggiungere questo termine per il fatto che il sangue  e le urine dei pazienti diabetici hanno un sapore dolce. All’epoca, ma ancora un secolo prima ai tempi di Paracelso (1493-1541), era pratica comune che i medici, per porre diagnosi di diabete, assaggiassero le urine o almeno isolassero lo zucchero nelle urine dei diabetici previa evaporazione e con l’aggiunta di lievito ne provocassero la fermentazione, dimostrando appunto trattarsi di zucchero.

LADA è l’acronimo di Latent Autoimmune Diabetes in Adults e contraddistingue una forma di diabete autoimmune a lenta evoluzione verso l’insulino-dipendenza. MODY, invece, è l’acronimo di Maturity Onset Diabetes of the Young, rara forma di diabete (1-2% dei casi), in cui l’iperglicemia è familiare con un’ereditarietà autosomica dominante.

Poi c’è il diabete insipido, che si accompagna a poliuria con urine diluite e polidipsia imponenti, causato dalla carenza dell’ormone antidiuretico (o ADH o vasopressina) per lesioni di varia natura a carico della neuroipofisi. “Insipido” dal latino insipidum, composto di in- e sapidus, sta per “poco saporito”, il che rimanda alle urine diluite.

Ci sono poi altri termini curiosi correlati al diabete, per esempio bronzino: il diabete bronzino è sinonimo di “emocromatosi”, in cui un elemento caratteristico è la pigmentazione cutanea.

Poi c’è anche il diabete da allossana, forma di diabete mellito indotto sperimentalmente in animali mediante somministrazione di allossana, sostanza che determina una distruzione delle cellule beta delle isole del Langerhans.

Infine, c’è il diabete di tipo 3: un titolo che è stato proposto per la malattia di Alzheimer che deriva dalla resistenza all’insulina nel cervello. Non è ancora un termine medico o una condizione riconosciuta, ma è un termine ora utilizzato nella ricerca che esamina le cause della malattia di Alzheimer.

Fai attenzione quando leggi un libro di medicina: potresti morire per un errore di stampa

Mark Twain, lo scrittore statunitense (1835-1910) autore dei famosissimi libri Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, scriveva: “Fai attenzione quando leggi un libro di medicina: potresti morire per un errore di stampa”. L’aforisma è certo paradossale, ma c’è del vero: errori nella compilazione di una ricetta o cattive interpretazioni della stessa, ma anche trascuratezza nel riportare prescrizioni in cartella clinica possono rivelarsi fatali. Analogamente, quando si scrive o si traduce in medicina occorre prestare la massima attenzione: un refuso (si pensi per esempio relativamente a un dosaggio) può essere molto pericoloso.

Non per niente il Ministero della Salute ha emanato qualche tempo fa una “Raccomandazione per la prevenzione degli errori  in terapia” che tra le altre cose indica di:

  • Scrivere il nome del principio attivo dei farmaci per esteso (per es., non 5-FU o CHOP, ma – rispettivamente – 5-Fluoro Uracile e ciclofosfamide / doxorubicina / vincristina / prednisone).
  • Lasciare uno spazio tra nome e il dosaggio, in modo particolare per quei nomi che finiscono in l (elle) per evitare interpretazioni errate (per es., Inderal 40 mg al posto di Inderal40mg che potrebbe essere confuso con Inderal 140 mg).
  • Non mettere lo zero terminale dopo la virgola per le dosi espresse da numeri interi (per es., scrivere 1 mg invece che 1,0 mg in quanto potrebbe essere confuso con 10 mg).
  • Scrivere sempre lo zero prima dei decimali inferiori a un’unità (per es., scrivere 0,5 g invece di ,5 g o .5 g [all’inglese] che può essere erroneamente interpretato come 5 g se non viene letta la virgola [o i punto]).
  • Usare il punto per separare i tre zeri delle migliaia o usare parole come 1 milione per favorire la corretta interpretazione (per es., 10000 unità va scritto 10.000 unità).
  • Specificare chiaramente la posologia evitando indicazioni generiche come “un cucchiaino”, “un misurino”.
  • Evitare schemi posologici ambigui, ma precisare, senza abbreviazioni e sigle, l’esatta periodicità dell’assunzione (per es., “due volte al giorno” ha significato diverso per l’assunzione di un antibiotico da somministrare a intervalli determinati come “ogni 12 ore” rispetto a un antiacido da assumere a pranzo e a cena) ed evitare sempre la dicitura “al bisogno”.
  • Evitare l’uso delle frazioni (per es., ½ compressa ovvero “metà compressa” può essere frainteso con 1 o 2 compresse).
  • Scrivere le unità di misura secondo il sistema metrico decimale. Per le misure di capacità viene accettato il litro l (L) e sottomultipli: scrivere, per esempio, ml o mL e mai cc. Per quanto riguarda le unità di misura del peso, µg (sebbene presente nel sistema metrico decimale) potrebbe essere confondente, come anche mcg, e quindi bisogna scrivere per esteso microgrammi.
  • Per i farmaci in combinazione indicare il dosaggio di ognuno dei principi attivi.

Insomma, una serie di indicazioni estremamente utili cui i medici dovrebbero attenersi e come già detto non solo i medici ma chiunque scriva o traduca di medicina.

Recentemente, sempre il Ministero della Salute, al fine di ridurre o prevenire errori di terapia, ha redatto in accordo con l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) la lista dei farmaci LASA. Di cosa si tratta? LASA è un acronimo che sta per look alike sound alike con il quale vengono indicati tutti quei farmaci  simili nella confezione (dimensione e/o colore) e/o nella fonetica che potrebbero essere più facilmente confusi o scambiati con altri, generando di conseguenza errori terapeutici. Si pensi per esempio a Alkeran® (il cui principio attivo è il melfaran) per Leukeran® (clorambucile), molto simili nel nome o altri quasi identici nella loro confezione, come nell’immagine. Qui l’elenco completo dei farmaci LASA.

Attenzione, dunque: scrivere e tradurre in medicina comporta responsabilità, un refuso non ha lo stesso valore che in un testo di narrativa…

Sono stato colpito da un’affezione severa

Sì, sono stato colpito da un’affezione severa. Per questo non mi avete letto da una settimana e più a questa parte. Penserete al Covid, anzi alla Covid (“d” sta per disease/malattia e quindi sarebbe femminile, ma è una battaglia persa, tanto vale rassegnarsi). No, per fortuna non era il Sars-CoV-2 (ecco così è giusto). Non funzionava internet, abitando in un borgo selvaggio dimenticato da Dio, dagli uomini e dagli operatori telefonici. Solo il dio del vento (Eolo) dà una piccola mano, ma anche il vento – si sa – va e viene. Nel mio caso più va che viene.

Di questi tempi, insomma una sventura, perché senza internet oggi non puoi fare più nulla: provare per credere.

Però qualche messaggino sul cellulare lo ho ricevuto. Qualcuno anche dai lettori di questo blog. Uno mi ha chiesto se ai tanti termini che ho usato in un precedente articolo per definire la “malattia” (e cioè morbo, patologia, sindrome, disturbo…) si potesse aggiungere “affezione”. Certo che sì. “Affezione” è una parola bellissima, lo Zingarelli ci ha messo a fianco anche il trifoglio, che significa “parola da salvare”. Una ragione di più per usarla. Il primo a usare questa parola, con il significato di “disposizione dell’animo” fu Brunetto Latini (1220-1294/95), scrittore, poeta, politico e notaio italiano, autore di opere in volgare italiano e francese. Ma poi Baldassarre Castiglione (1478-1529; nell’immagine in alto il suo ritratto a opera di Raffaello Sanzio) ne ampliò il significato in “disposizione morbosa, malattia”. Del resto se “affezione” suona di antico, “essere affetto da” è usato comunemente in medicina.

Dunque, ok per “affezione” oltre che malattia, morbo, patologia, sindrome, disturbo. Però, mi raccomando, no a “disordine” e neanche “problema”.

Una “affezione” può essere lieve, moderata, seria, importante, grave… ed ecco che qualche altro lettore mi chiede “ma anche severa”? Bella domanda. “Severo” in medicina è usatissimo, forse perché essendo la maggior parte della letteratura scientifica in inglese viene spontaneo, traducendo in italiano, adagiarsi sul severe inglese. Anche l’Accademia della Crusca lo ha sdoganato (chi è interessato legga qui). Ma questo non vuol dire necessariamente che sia appropriato e nemmeno la scelta migliore. Anche perché il significato di “severo” (vedi Zingarelli) è: 1) che si attiene a rigidi principi morali; 2) che rifugge dall’indulgenza, dai compromessi; 3) austero, serio; 4) sobrio, privo di elementi meramente esornativi (le linee severe…); 5) rilevante.

Insomma, niente a che fare con la malattia. Poi, abbiamo “grave” che è certamente meglio e più appropriato. Quindi il “severo” lasciamolo al babbo di un tempo (come mi scrive un altro lettore) o alla signorina Rottermeier (altra lettrice).

Grazie a tutti questi lettori e lettrici: hanno colto lo spirito del blog, che è intervenire, dire la propria, suggerire, stimolare, proporre.

Inglese sì, inglese no

Chi segue questo blog avrà colto ormai che non amo molto l’uso delle parole inglesi quando ne esistono di equivalenti in italiano. Anzi, diciamola tutta: questa pratica non la amo per nulla e la scoraggio in ogni modo. Dirò ancora di più: il “piegarsi” all’inglese ha fatto disastri introducendo nel linguaggio della medicina parole che ormai si fa fatica a contrastare e che sono francamente sbagliate, o almeno improprie (due soli esempi di cui ho detto in precedenti articoli: morbidità in luogo di morbilità, e disordine per disturbo/malattia).

Tuttavia, bisogna ammettere che in certe occasioni non si può trovare di meglio di specifici termini inglesi che si distinguono per essenzialità, sintesi.

Come dire diversamente da compliance? Forse, “aderenza del paziente alle cure mediche”? Impensabile. O borderline? “Parametro/valore ai limiti della norma”? E la clearance? “Volume di plasma completamente purificato da una sostanza per unità di tempo”? Proprio no.

Tre parole, in questi maledetta contingenza epidemica, mi hanno colpito per la loro esattezza: tracing, testing e treating, al punto che esse sono ormai “le 3T” che denotano la capacità del sistema sanitario di far fronte all’emergenza. Certo, potremmo dire “tracciamento, test (capacità di fare i) e trattamento”, ma – consentitemelo – non è propriamente la stessa cosa.  

Vediamole meglio queste parole, visto quanto sono d’attualità.

Il tracing è la capacità identificare i pazienti positivi, filtrare i contatti stretti, monitorare le condizioni.

Il testing equivale a  organizzare i flussi e i processi per la diagnosi dell’infezione da Sars-CoV-2.

Il treating è la capacità di curare i pazienti nelle sedi assistenziali appropriate.

Poi, naturalmente, moltissime altre parole inglesi adottate in questa pandemia lasciano perplessi (droplets, per esempio, di cui non c’è alcun bisogno).

Visto che siamo in argomento, a seguire, un elenco, certamente ristretto (ma più è contenuto e meglio è), di termini inglesi che possiamo accettare senza problemi. Se i lettori vogliono contribuire aggiungendone (con giudizio), ben volentieri!

  • bias (ma anche errore sistematico)
  • biofeedback
  • borderline
  • breath test
  • burnout
  • bypass
  • caregiver
  • carrier
  • check-list
  • check-up
  • clapping
  • clearance
  • cluster
  • compliance (ma anche collaborazione del paziente)
  • consensus conference
  • counseling (ma anche consulenza psicoterapeutica)
  • crossing over
  • end-point
  • fatigue
  • feedback
  • flow chart (ma anche diagramma di flusso)
  • flushing
  • follow-up
  • helper
  • imaging
  • input
  • insight
  • kit
  • marker (ma anche marcatore)
  • natural killer
  • non responder
  • nursing
  • pacemaker
  • panel
  • Pap-test
  • patch
  • pattern
  • performance
  • pool
  • problem solving
  • quality assurance (ma anche assicurazione qualità)
  • random (ma anche casuale)
  • range
  • rash
  • responder
  • reuptake (ma anche ricaptazione)
  • scavenger
  • screening
  • setting
  • shift
  • shock
  • shunt
  • steady-state (ma anche stato di equilibrio o reazione all’equilibrio)
  • stent
  • stress
  • target (ma anche bersaglio o obiettivo)
  • tender points
  • test
  • training
  • trial
  • turnover
  • uptake (ma anche captazione)
  • wash-out

Malinconia o melanconia?

Il termine è poco usato, appartiene più che altro all’area emotiva e interessa più la psicologia/ psichiatria/psicoanalisi (Freud vi dedicò un trattato nel 1916) che la medicina in senso stretto, ma l’etimo è così bello che va raccontato, anche perché riporta alla storia della medicina.

Dai tempi di Ippocrate si riteneva che a governare l’organismo umano ci fossero quattro umori fondamentali: la bile nera (che corrispondeva all’elemento Terra), la bile gialla (il Fuoco), il flegma (l’Acqua) e il sangue (Aria). Terra, Fuoco, Acqua e Aria erano i quattro elementi fondamentali che, secondo il mondo greco, costituivano la realtà sensibile, e ciascuno di questi si combinava con due degli attributi fondamentali della materia: caldo, freddo, secco e umido. Così, il Fuoco era caldo e secco, l’Aria calda e umida ecc.

Ippocrate aveva anche definito le rispettive sedi organiche: la bile nera nella milza, quella gialla nel fegato, il flegma nella testa e il sangue, va da sé, nel cuore.

Questa teoria, per quanto assai strampalata, dominò la medicina sino al Rinascimento.

Fatta questa necessaria premessa, torniamo alla parola che deriva dal greco melancholía, che è termine composto di mélas (“nero”) e chol (“bile”) quindi, secondo l’antica medicina, “umor nero di natura fredda e secca, secreto dalla bile”. Ecco perché abbiamo dovuto fare la premessa di cui sopra.  

A partire da qui il termine “melanconia” è stato usato con il significato generico di disturbo psichico, e quindi di “male”. Ed ecco che dal mel- si è passati al mal-

E arriviamo ai giorni nostri dove si tende a definirla “ipocondria” e a inserirla nel quadro delle distmie.

Qualche purista o nostalgico, va detto, continua a chiamarla “melanconia” o anche “melancolia”.

In un recentissimo e assai godibile libro (Alla fonte delle parole) la scrittrice e classicista Andrea Marcolongo scrive: “Per attrazione del lemma ‘male’ il buio dentro diventa colpa. Basta una a al posto della e ed ecco che melanconia diventa la nostra malinconia”. E conclude la pagina ad essa dedicata con questa bellissima definizione: “Rivendichiamo l’etimo di melanconia – per un’anima che riposatamente accetta il buio. Fieri del nostro segno più, non meno quando piangiamo e non sappiamo perché. Magari finiremo per scorgere e accettare l’aiuto di una luce”.

Auguri a tutti noi, in questi tempi cupi, di vedere presto una luce.

Nell’immagine, il celebre quadro dal titolo “Malinconia” (1840-41),
di Francesco Hayez (Pinacoteca di Brera, Milano)

ASL, ATS, ASST… come districarsi nel labirinto della Sanità?

L’argomento in questione non è propriamente di terminologia medica, ma questo blog è nato essenzialmente come “blog di servizio”: aiutare chi scrive e chi traduce di medicina a trovare risposte se non certe almeno attendibili e ragionevoli per scrivere e tradurre correttamente, per scegliere un termine piuttosto che un altro, per usare un’espressione invece di un’altra. E poi per sapere, conoscere.

E quindi, giusto per aiutare a districarsi in ambiti spesso non facili, ho pensato di portare un contributo al ginepraio delle sigle che contraddistinguono le aziende sanitarie e simili, oggi – ahimè – tanto in uso e di comune riscontro sui giornali e nelle TV.

Siamo abituati alle ASL, Aziende Sanitarie Locali, ma ora ci imbattiamo nelle ATS, nelle ASST e in altre sigle ancora: cosa significano?

Le ATS sono le Agenzie di Tutela della Salute, con compiti di controllo e di programmazione (si noti il passaggio da “aziende” ad “agenzie”). Queste non si occuperanno più di servizi territoriali, che saranno lasciati alle ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali), che sostituiscono le vecchie Aziende Ospedaliere (AO).  Sarà dunque compito di queste erogare i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA); esse si articolano in due settori aziendali: rete territoriale e polo ospedaliero. Alla rete territoriale afferiscono i Presidi Ospedalieri Territoriali (POT) e i Presidi Socio Sanitari Territoriali (PreSST).

Attenzione, però: ogni Regione si articola secondo criteri propri, per cui si troverà ancora sia ASL che AO: quello di cui sopra è tratto dalla nuova articolazione della Regione Lombardia (nell’immagine le 8 Agenzie di Tutela dalla Salute lombarda), ma in un modo o nell’altro con queste sigle bisogna confrontarsi e visto che c’è da perderci la testa, ecco perché questa breve guida.

Ah, dimenticavo… poi ci sarebbero anche le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale – per seguire i malati di Covid a domicilio), anzi dovrebbero esserci (vedete come sono importanti le parole?), ma – salvo rarissime eccezioni – ci sono solo sulla carta… e in questo blog.

La classificazione delle malattie

Se per molte malattie sono ancora in uso espressioni popolari, per altre non si riesce ad abbandonare nella loro denominazione l’origine latina, come per l’angina pectoris (che sta per ischemia miocardica) o la claudicatio intermittens (lombosciatalgia bilaterale, ma anche – e torniamo a sopra – mal delle vetrine, perché la malattia costringe il malcapitato che sta passeggiando a fermarsi davanti alle vetrine dei negozi per il dolore e la difficoltà a procedere).

Vi sono poi molte malattie che sono note con la loro sigla: è il caso dell’AIDS che difficilmente viene chiamata per esteso (sindrome da immunodeficienza acquisita), ma appunto con l’acronimo derivato dall’inglese Acquired Immune Deficiency Syndrome. Talvolta l’abbreviazione è indispensabile: come potremmo definire la CADASIL? Forse “arteriopatia cerebrale autosomica dominante con infarti sottocorticali e leucoencefalopatia” (dall’inglese Cerebral Autosomal Dominant Arteriopathy with Subcortical Infarcts and Leukoencephalopathy)?

Sigle ancora più ermetiche sono Ca e K per definire un tumore, in uso tra i medici o per “oscurare” il male al paziente.

In definitiva, come destreggiarsi in questo labirinto di denominazioni? Per fortuna c’è la Classificazione Internazionale delle Malattie (per l’esattezza Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie e dei Problemi Sanitari Correlati): siamo giunti alla decima edizione (International Classification on Diseases, ICD-10), approvata nel 1990 durate la 43° Assemblea mondiale della sanità (WHA). È redatta in inglese e tradotta nelle altre cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (arabo, francese, cinese, russo e spagnolo) e in altre 36 lingue tra cui l’italiano. È sempre l’OMS che, dal 1996, ne cura l’aggiornamento. Esiste anche un’undicesima edizione, presentata nel 2018, ma non ancora entrata in vigore. Suddivide le malattie in capitoli e sezioni (Capitolo I, da A00-B99, Malattie infettive e parassitarie; Capitolo II, da C00 a D48, Neoplasie; Capitolo III, da D50 a D89, Malattie del sangue e del sistema immunitario…).

La Classificazione Internazionale delle Malattie viene pubblicata in Italia a cura dell’ISTAT e la potete trovare qui: https://www.istat.it/it/files//2011/01/malattie.pdf