Apparato o sistema?

“Apparato” e “sistema” non sono affatto sinonimi.

Un sistema è un raggruppamento di organi formati da uno stesso tessuto e che presentano analogie strutturali e funzionali; gli apparati, invece, sono insiemi di organi formati da tessuti differenti che collaborano a svolgere una medesima funzione.

Non solo, i sistemi per lo più hanno una medesima origine embrionale, a differenza degli apparati che hanno diversa origine embrionale.

Nel corpo umano, sono pertanto sistemi quello nervoso, il linfatico e immunitario, l’endocrino, lo scheletrico e il muscolare (questi ultimi due formano insieme l’apparato muscolo-scheletrico). Gli apparati sono invece quello tegumentario, il digerente, il respiratorio, il circolatorio (o cardiovascolare), l’escretore (o urinario) e quello riproduttore (o genitale, maschile e femminile).

Confondere “sistema” con “apparato” è errore molto comune, complice la lingua inglese che non fa differenza (tutti sono systems).

Una precisazione a proposito del sistema immunitario. Nonostante taluni, anche autorevoli scienziati, scrivano o dicano “sistema immune”, la dizione corretta è “sistema immunitario”. “Immune”, si legge nello Zingarelli, sta per “caratterizzato da immunità”, mentre “immunitario” sta per “relativo all’immunità” e non per nulla nelle estensioni del lemma si legge “reazione immunitaria”, “risposta immunitaria”, oltre che – appunto – “sistema immunitario”.

Infatti, definire un sistema “immune”, cioè  “caratterizzato da immunità”, sarebbe un po’ come dire che tale sistema è immune di per sé, mentre “immunitario”, che come abbiamo visto sta per “relativo all’immunità”, è ciò che è intrinseco alla definizione del sistema in oggetto.

Il tributo della Medicina alla mitologia greca

Come detto nell’introduzione a questo blog, ci occuperemo non solo di terminologia ma anche dell’etimologia di molti termini medici perché le parole della scienza, e della medicina in particolare, sono spesso bellissime e hanno una grande storia alle spalle.

E visto che questo è il primo articolo della rubrica, partiamo da lontano… dalla mitologia, da cui derivano molti termini medici.

Per esempio, la morfina. Questo alcaloide estratto dall’oppio, usato in medicina per la sua forte azione analgesica, ma anche sedativa e ipnotica, deve il suo nome a Morfeo, il dio del sonno, la divinità che di notte prendeva la forma e la caratteristica dei sogni.

L’atlante, la prima vertebra cervicale, che sorregge il cranio, deve il suo nome all’omonimo re della Mauritania, il primo ad aver studiato la scienza dell’astronomia e a rappresentare il mondo per mezzo di una sfera. Esiodo narra che Atlante fu costretto a tenere sulle spalle l’intera volta celeste per volere di Zeus che voleva punirlo per aver partecipato con Crono alla rivolta contro gli dei dell’Olimpo.

Da Achille, altro eroe della mitologa greca, prende invece il nome il tendine omonimo, anche se – a dire il vero – il suo vero nome è tendine calcaneale, il più grosso e forte dei tendini del corpo umano. Teti, la madre di Achille, aveva ricevuto la profezia della morte del figlio e allora lo immerse nel fiume Stige le cui acque lo avrebbero reso invulnerabile. Nell’immergerlo lo tenne con la mano per il suo tendine, il che significa che l’acqua non toccò questa parte del corpo. E fu proprio qui che Achille, durante la guerra di Troia, venne colpito da una freccia avvelenata scagliata da Paride, che lo uccise. Sappiamo bene quanta vulnerabilità abbia il nostro tendine d’Achille

E il pomo d’Adamo? È il nome con cui si designa la sporgenza della cartilagine tiroidea che circonda la laringe, particolarmente visibile in alcuni individui puberi e adulti di sesso maschile. Secondo una leggenda popolare, il boccone del frutto mangiato da Adamo gli sarebbe rimasto incastrato in gola e da qui il termine. Non è mitologia greca, ma pur sempre all’origine dei tempi andiamo.

Potremmo continuare a lungo, pensate per esempio alle malattie veneree, ma per oggi fermiamoci qui.

Morbilità o morbidità? Togliamo quella “d”

Lo confesso: è una mia battaglia, forse addirittura un’ossessione. Non sopporto il termine “morbidità”, niente da fare.

Forse dovrei essere più tollerante, lo so, perché lo usano talmente in tanti che – anche in questo caso – la lingua si è adattata, o meglio piegata, all’uso.

Ma “morbidità”, consentitemelo, è proprio brutto e poi non esiste. Tutt’al più, in italiano, è parola obsoleta, letteraria e originariamente portatrice di significati che hanno a che fare con “morbido”. Invece, così come la si usa in medicina, è un calco semantico dall’inglese morbidity (il “calco” è quel procedimento per cui si formano delle parole riprendendo le strutture della lingua di provenienza).

Un piccolo sforzo, basta cambiare una consonante, la d con la l ed ecco “morbilità”, la parola giusta e corretta.

Facciamo un passo indietro. Qual è il significato di morbilità?  In statistica, è il numero dei casi di malattia registrati durante un periodo dato in rapporto al numero complessivo delle persone prese in esame (più semplicemente, la percentuale di una malattia in una data popolazione). Nella medicina del lavoro, indica il rapporto percentuale tra il numero di giornate di assenza dal lavoro per malattia e il numero di giornate lavorative previste. 

“Morbosità”, termine con il quale spesso viene confuso, indica invece la frequenza di una malattia in una popolazione: il rapporto tra il numero di soggetti malati in un periodo di tempo determinato e la popolazione considerata (anche qui, più semplicemente, la capacità di penetrazione di una malattia in una popolazione).

Con l’uso del prefisso “co” davanti a “morbidità” si indica invece la compresenza di patologie diverse in uno stesso individuo, il fenomeno per cui un paziente (per lo più anziano), che è in cura per una patologia (generalmente cronica), presenta anche un’altra o più malattie, non direttamente causate dalla prima, che condizionano la terapia e gli esiti della patologia principale.

Allora, che dite, ce la facciamo a dire “morbilità” al posto di “morbidità”?


P.S. Per chi volesse approfondire, qui il parere dell’Accademia della Crusca.

Covid-19: “la” malattia e “il” virus

Data l’attualità, questo blog non può che partire cercando di fare un po’ di chiarezza sui termini di questa pandemia.

COVID-19 (o Covid-19, con la sola iniziale maiuscola) è quello più usato, ma molti confondono il virus con la malattia. Questo termine, infatti, è l’acronimo di COronaVIrus Disease-19, e con esso si intende pertanto la malattia da coronavirus del 2019, denominazione stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’11 febbraio 2020.1

COVID-19 non è quindi il nome del virus responsabile della malattia, che è SARS-CoV-2 (severe acute respiratory syndrome-coronavirus-2), come stabilito sempre l’11 febbraio 2020 dall’International Committee on Virus Taxonomy (ICTV), sulla base di un’analisi filogenetica di coronavirus correlati.2

Il SARS-CoV(1), è il caso di ricordarlo, è il virus della  sindrome respiratoria acuta grave (la SARS, appunto), che apparve per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong (Canton) in Cina.

C’è da dire che non tutti gli scienziati sono d’accordo sul denominare così il virus della pandemia corrente: la stessa OMS, inizialmente, aveva proposto di denominarlo 2019-nCoV (novel-coronavirus 2019), mentre in un articolo pubblicato il 21 marzo 2020 su Lancet3 gli autori del lavoro propongono di denominarlo HCoV-19 (Human CoronaVirus 2019), in modo da mantenere la coerenza con la malattia stabilita dall’OMS.

Per quanto concerne invece questioni più strettamente linguistiche, l’articolo da anteporre a COVID-19, acronimo che come abbiamo visto indica la malattia e non il virus, dovrebbe essere al femminile (“la COVID”), e così per il momento prevale nelle pubblicazioni di carattere scientifico. Tuttavia, l’uso al maschile domina nella stragrande maggioranza dei casi e nell’uso comune per cui, visto che spesso è l’uso a influenzare la lingua, l’impiego di COVID al maschile non può considerarsi grammaticalmente scorretto. In un dottissimo articolo a cui si rimanda per molti e brillanti approfondimenti, l’Accademia della Crusca afferma che “il radicamento nella lingua corrente del maschile è infatti ormai tale che anche un’eventuale raccomandazione a favore del femminile da parte dei linguisti sortirebbe probabilmente scarso effetto”.4


Fonte

Portale italiano delle classificazioni sanitarie.